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Se devo scegliere, torno lì, a quell’entrata nell’età della s/ragione, quando prendevo le distanze da quel piccolo mondo antico di una “vecchia piccola borghesia” che anni prima Claudio Lolli aveva cantato. Rompevo che ero in un liceo di provincia dove ancora si respirava una pesante aria ottocentesca, mentre tutt’intorno il mondo era cambiato.
Io mi salvavo con la musica – e ruppi quando andai fino a Firenze di nascosto dai miei genitori per vedere il concerto dei Jesus and Mary Chain.
Poi arrivò la politica: la mia educazione sentimentale fu la partecipazione a una delle prime lotte ambientaliste, quella contro la Farmoplant, industria chimica dei veleni.
Un giorno c’era uno sciopero importante, non certo il primo: e grande fu la delusione quando vidi che nessuno, nella mia scuola, aderì. Entrarono tutti. Io, ostinato, rimasi fuori. Scioperai da solo. Qualche tempo dopo il prete che insegnava latino e italiano, e che mi aveva in gran dispetto per le mie letture eretiche, da Kafka a Camus, mi elargì senza saperlo uno dei riconoscimenti più belli, quando scrisse sul registro, dopo avermi cacciato dalla classe: espulso perché ostinatamente ribelle.

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