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“Esco di casa, morbidamente ma drasticamente, ancora minorenne. Avevo preparato la mia famiglia alla fuoriuscita, senza far danni, salvo che mia madre disse che sarebbe morta il giorno dopo: è successo davvero poi a 90 anni.
Posso dire che ho avuto una vita di rotture, ma la prima, quella che ha condizionato tutti i miei anni 60, fu quando, desideroso di anarchia e dissidenza, andai a bussare alla porta dello PSIUP (Partito
Socialista Italiano di Unità Proletaria) appena fondato, pensando che fossero anarchici che uscivano dal PCI.
Quindi mi presentai con i miei capelli lunghi e mi ritrovai in un ambiente a via Zanardelli di una noia mortale, dove capii che non c’entravo niente, che non avevo capito niente.
E loro non capivano me, che chiedevo qualcosa che non avevo compreso nemmeno io.
Però una cosa l’avevo capita: che piuttosto che parlar male della famiglia, dello Stato, del capitalismo, parlavano male di Pannella, che stava fondando il Partito Radicale.
E allora ruppi con loro e andai a cercare di conoscerlo, alla ricerca del dissidente che facesse al caso mio.
Suonai il citofono a via Ventiquattro Maggio, dove allora era la sede del nuovo partito.
Mi aprì lui, in questo posto megagalattico, pieno di stanze disordinate che si affacciavano da una parte su Piazza Venezia e dall’altra parte sul Quirinale.
Mi accolse e subito dopo suonò di nuovo il campanello: era il taxi che doveva portarlo all’aeroporto per andare a Parigi, dove era corrispondente per Il Giorno.
Ma Pannella mandò via il taxi per parlare con me.
Era il 1963.
Dopo un anno fondammo la lega per il divorzio e mi incaricò di organizzare il primo congresso del Partito Radicale, cosa che feci.
Fui incaricato pure di registrare il suo primo discorso del nuovo partito, lui che parlava sempre a braccio, solo con una scaletta scritta a far da traccia.
Un discorso lunghissimo, che durò 6 ore. Ero così stanco che alla fine feci un casino tremendo: sbagliai nel rivoltare le bobine, e tutto il discorso di Pannella andò perso.
E fu così che lui ruppe con me”.

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