I tagli di Crimi

Il 30 dicembre 2018 è stata approvata, con voto di fiducia e senza discussione parlamentare, la manovra finanziaria.

Nel testo della legge c’è anche l’emendamento proposto dal senatore 5 Stelle Patuanelli, sostenuto dal Sottosegretario con delega all’Editoria Vito Crimi e dal resto del governo, che prevede la progressiva riduzione dei contributi pubblici all’editoria in cooperativa e non profit fino al totale azzeramento previsto dal 2022.

Con questa misura anche l’ultimo residuo di sostegno pubblico alla stampa viene cancellato, mettendo seriamente a rischio l’informazione come diritto, cosi come è concepita dall’articolo 21 della Costituzione.

Il 2 maggio 2019 il Consiglio d’Europa (un’organizzazione diversa dall’Ue e che associa 47 stati dalla Russia al Portogallo) ha segnalato il governo italiano per il taglio al sostegno pubblico e le critiche ai giornalisti espresse dal vicepremier Luigi Di Maio.

Dal 2022 in poi tutti giornali italiani saranno regolati interamente dalle leggi del mercato. Già oggi il 62% delle copie vendute sono in mano a 5 gruppi soltanto (Gedi, Rcs, Amodei, Monrif e Caltagirone).

In cosa consisteva il finanziamento pubblico dall’informazione?

Dopo una lunga serie di tagli l’unico contributo statale sopravvissuto era il Fondo per il pluralismo e innovazione nell’informazione.

Un fondo che nel 2018 ammontava in tutto a 63 milioni di euro, di cui una parte devoluta a iniziative specifiche per l’innovazione editoriale e ai contributi di prepensionamento per i giornalisti colpiti dalle ristrutturazioni aziendali.

Chi riceveva i fondi pubblici?

I destinatari del finanziamento erano principalmente le cooperative giornalistiche o testate non profit. Il fondo resterà invece ora fruibile solo per quotidiani e periodici di minoranze linguistiche, per quelli destinati a non vedenti e ipovedenti, per i giornali di associazioni di consumatori e per la stampa italiana diffusa all’estero.

Il movimento 5 Stelle ha dichiarato in varie occasioni che la misura da loro sostenuta aveva la finalità di colpire “i giornaloni” mainstream.

Ma le testate che ricevevano questi contributi sono poche e con caratteristiche aziendali ben definite, peraltro molto eterogenee per profilo culturale e scelte giornalistiche.

Parliamo infatti di quotidiani diversi tra loro come il manifesto, Avvenire, Libero, il Foglio, il Corriere della Romagna, e di emittenti radiofoniche come Radio Radicale (finanziata però con un meccanismo diverso).

Gli effetti

Nei prossimi tre anni, molti quotidiani e periodici nazionali e locali rischiano di chiudere o di diminuire la diffusione a causa di questi tagli.

I posti di lavoro direttamente a rischio sono quasi 900: 677 giornalisti e 198 poligrafici (fonte: Presidenza del Consiglio Dipartimento Editoria 2019) ma considerando i collaboratori e tutto l’indotto potrebbero purtroppo superare i 9.000.

Lo Stato non risparmia nulla

Cancellando i giornali in cooperativa e non profit lo Stato non risparmia nulla, perché la legge non ha abolito il fondo per il pluralismo. I soldi, infatti, rimangono a disposizione di Crimi con modalità di attribuzione e destinatari che il governo potrà decidere con proprio autonomo decreto.

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