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Articolo di Carlo Verna

2/08/2019

Il giornalismo «non è per i governanti, ma per i governati». Lo spiegò molto bene la corte Suprema degli Stati Uniti, nel film The Post lo ha divulgato a un vasto pubblico mondiale Steven Spielberg.

Lo ha ricordato anche il presidente Sergio Mattarella, che sui temi dell’informazione, sale della democrazia, è sempre in prima fila, la settimana scorsa alla cerimonia del Ventaglio.

Ma in Italia la libertà di stampa è a un bivio e con essa lo è la libertà tout court.

In termini comunicativi , come al solito , il ministro degli Interni ha neutralizzato molto bene il recente colpo all’uguaglianza e forse alle regole (verificherà la magistratura). In pochi hanno pensato che fosse un figlio più figlio degli altri a scorrazzare sulla moto d’acqua di tutti essendo in dotazione alle forze dell’ordine, in tanti hanno persino perdonato l’«errore di padre», in un Paese dove i sussulti d’odio convivono coi sentimenti di sempre. La maggioranza degli italiani non avrebbe scagliato la prima pietra. Intenerita. Cuore di papà.

Un episodio che si sarebbe facilmente dimenticato. Ma che neanche si sarebbe conosciuto se non ci fosse stato un videomaker a fare il «giornalista-giornalista», come in una bella pellicola di Marco Risi dedicata a Giancarlo Siani.

E qui è il punto di maggior crisi della libertà, che si acuisce per il silenzio di Matteo Salvini rispetto a una semplice richiesta di scuse formulata di fronte al tentativo di vietare di documentare la rilevanza sociale di quel che accadeva.

Quale segnale c’è nello snobbare una presa di posizione sulla parte più importante della vicenda ? E come si ricollega agli striscioni di contestazione più volte e in più luoghi rimossi ? Dove stanno andando in Italia il diritto di cronaca e la libertà di manifestazione del pensiero ? E cosa accadrà se si lascia fare restando in silenzio ?

Mi sembra che il tempo per una risposta del vice premier giornalista professionista stia scadendo ma che non si possa prescindere dai supplementari con la sostituzione del giocatore in campo.

Caro presidente Conte, la palla arriva a Lei, «avvocato del popolo». Non possiamo chiedere sempre e solo al Capo dello Stato di esserci e Lui c’è sempre.

La politica del governo sulla questione delle libertà è a un bivio. La «democrazia muore nell’oscurità», si avverte dagli Usa. Vedo che qui da noi spesso si mette all’indice il giornalista che sbaglia. Può capitare in qualunque professione.

L’unico rimedio al giornalista è il giornalista, ovvero il pluralismo e anche qui coi segnali dati dai tagli all’editoria non si sta rendendo un buon servizio alla causa della libertà.

Mi sembra che ai tanti dossier pieni di posizioni divergenti si debba aggiungere il caso riguardante un’idea del Paese, splendidamente chiara ai padri costituenti, in quel mirabile compromesso di culture che è la nostra carta fondamentale. A servizio di questo Paese svolgo un modesto ruolo istituzionale e per amore di questo Paese e del giornalismo non tacerò. Aspetto, però, che parli Lei presidente Conte.

*L’autore è il presidente del consiglio nazionale dell’ordine dei giornalist

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