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Articolo di Shendi Veli

15/05/2019

Apparentemente informarsi non è mai stato così semplice ed economico. Basta uno smartphone e una connessione Internet, due condizioni che oggi in Italia vengono soddisfatte da circa 50 milioni di persone. Eppure il giornalismo vive uno dei momenti più critici della sua storia. Il fenomeno non è solo italiano, parliamo di un trend globale.

Secondo uno studio pubblicato dal Wall Street Journal la metà dei quotidiani degli Stati Uniti cesserà di esistere entro il 2021. Gli unici a sopravvivere saranno quelli più avanti nella corsa al digitale. Ma c’è un ombra che incombe su questa conversione all’online: se non si può più contare sulle copie cartacee vendute, come si sostengono i costi del giornalismo? Le opzioni in gioco si contano sulle dita di una mano.

La prima, e al momento più diffusa, è la rendita delle le inserzioni pubblicitarie. I dati più recenti sull’online advertising tuttavia non promettono un futuro roseo. Secondo quanto riportato da Data Media Hub sulla base delle stime Nielsen, gli investimenti pubblicitari sui media (offline e online) degli ultimi 10 anni sono calate del 22,4%. E se la pubblicità su internet complessivamente cresce, i soldi vengono sempre più indirizzati sulle piattaforme social e sui motori di ricerca, che avendo in mano tutti i dati sui consumatori digitali riescono a garantire una migliore precisione ed efficacia dei messaggi.

Il sistema di guadagno tramite inserzioni on line inoltre acquista una certa rilevanza economica solo per le pagine web che possono offrire milioni di view, un meccanismo che ormai da anni orienta le scelte editoriali verso le notizie più «scandalose» o «sensazionali». Per chi fa approfondimento e giornalismo critico questa strada risulta quindi doppiamente sbarrata.

Il secondo modello di finanziamento invece è quello che fa affidamento sulle sovvenzioni statali. L’attuale governo ha stabilito la progressiva chiusura del Fondo per l’editoria di cui beneficia anche il manifesto, fino a farlo sparire del tutto dal 2022. Tra poco più di due anni quindi, anche la via dei contributi statali sarà impossibile da percorrere per i media italiani, nonostante il diritto all’informazione plurale sia chiaramente sancito dalla Costituzione.

Il terzo modoper tenere in vita l’informazione online, infine, è quello di farla leggere solo a chi paga. Il rapporto del Reuters Institute del 2019 indica chiaramente che il ricorso a paywall e abbonamenti è già molto diffuso tra i principali media di tutto il mondo e vedrà un progressivo incremento nei prossimi anni. Attualmente, tra le 212 testate più importanti di sette paesi, tra cui l’Italia, il 47% si serve di barriere economiche ai contenuti online, un dato che sale al 69% nel caso dei quotidiani.

Sembra che l’informazione digitale, pur partendo dalla promessa di aprire ai lettori una prateria sconfinata di dati accessibili e attendibili sui quali costruire un pensiero critico, rischi di trasformarsi in un bene di consumo, limitato a chi vuole, e soprattutto può, permetterselo. L’alternativa che resta è quella del contributo volontario da parte dei lettori che fanno la scelta etica di difendere il diritto all’informazione. In ogni caso interrogarsi sui modelli di finanziamento del giornalismo indipendente diventa più necessario che mai. Come diventa un dovere accrescere la consapevolezza della funzione vitale che la stampa libera ha per la democrazia.

 

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