Gli articoli del manifesto

Mano a mano che la campagna va avanti, raccoglieremo tutti i nostri articoli in questa pagina.

Buona lettura.

14 maggio 2019


il teaser su ilmanifesto.it

C’è un muro

Il muro cresce, nei luoghi più impensati e familiari. Ma chi rompe in amore, a scuola, a casa, al lavoro, non potrà mai essere ingabbiato.

Io rompo non è solo lo slogan della nuova campagna abbonamenti, è un vero e proprio stile di vita. E noi, modestamente, rompiamo. Dal 1969.

IL LANCIO DELLA CAMPAGNA IN EDICOLA IL 14 MAGGIO 2019

15 maggio 2019

Rompiamo il muro, abbonatevi tutti

editoriale di Norma Rangeri

Meno di tre anni fa, era il 15 luglio del 2016, tutti noi della Cooperativa il manifesto ricomprammo il giornale: fu un momento storico e emozionante, il coronamento di una battaglia durissima, di una lunga marcia di donne e di uomini che hanno sempre amato e difeso il loro lavoro.

Fu per noi un’impresa difficilissima che non si sarebbe realizzata senza il grande sostegno, e successo, della campagna di autofinanziamento. E pensavamo di essere riusciti a fare il miracolo di diventare, una volta per tutte, padroni della nostra storia, di aver messo al riparo il futuro del giornale e dei più giovani.

Ma avevamo fatto i conti senza l’oste, perché il nostro ottimismo, la nostra impresa, era già da tempo tra le vittime designate dei 5Stelle.

Al Movimento non piace la libera stampa, non piacciono i giornali in genere perché è nato e cresciuto usando il web. Passando dall’opposizione al governo, adesso i 5Stelle vogliono tagliarci le gambe, vogliono decidere loro, il governo, a chi distribuire i finanziamenti dell’editoria e a chi toglierli. Chi deve vivere e/o morire: come fanno i killer.

Durante la conferenza stampa di fine anno, il Presidente del Consiglio, Conte, passato da “avvocato del popolo” (auto definizione) a esperto timoniere governativo (definito così da qualche commentatore benevolo), rispondendo ad una precisa domanda del manifesto sul perché il suo governo volesse toglierci di mezzo, disse che nessuno voleva ostacolare la libera espressione della stampa.

E aggiunse che si sarebbe trovata una soluzione attorno a una tavolo di confronto, i famosi Stati dell’Editoria ai quali non siamo stati invitati, insieme ad altre testate, e che semmai servono a rafforzare l’idiosincrasia anti-stampa iscritta nel Dna dei pentastellati, sia di destra che di sinistra. E Conte non ha mantenuto l’impegno preso.

C’è un però, un ostacolo, al loro odio, alla loro antipatia: noi.

Come sa bene chi ci segue da decenni o da poco tempo, abbiamo sempre lottato durante questi 48 anni di esistenza del giornale. E non smetteremo di farlo adesso, anche se lo scontro è tra chi attacca con le cannonate e chi si difende con armi di carta.

Non ci lasceremo chiudere, romperemo il muro che vuole seppellirci buttando giù un mattone dopo l’altro, come è successo sempre grazie al contributo delle lettrici e dei lettori che hanno difeso il manifesto, un giornale di sinistra che ha un altro Dna: la democrazia, la libertà, i diritti, il lavoro, i valori fondanti della storia italiana.

Chi vuole eliminarci sa che si scontrerà con i nostri lettori. Che avranno a disposizione un serissimo gioco collettivo, Iorompo.it, una inedita testata online, la trincea da cui colpiremo e abbatteremo il muro del governo, con una campagna di crowdfounding che diventerà patrimonio di tutti.

Facendo tesoro della forza travolgente che certe volte le buone cause sono capaci di scatenare, andiamo verso uno scontro duro e il “gioco” sarà il cuore pulsante online che misurerà la pressione della nostra nuova avventura giornalistica.

Naturalmente l’invito e la speranza è di suscitare un’attiva e larga partecipazione di tutti, tre euro o mille non c’è problema: basta cliccare iorompo.it e buttare giù qualche mattoncino. D’altra parte il concetto, l’idea generale è semplice: quel che i 5Stelle ci tolgono con i tagli dobbiamo sostituirlo con la sottoscrizione per alzare un ponte, fatto di carta, di abbonamenti, di solidarietà, di partecipazione.

L’obiettivo è una valanga di adesioni per arrivare a un milione e 200mila euro in un anno.

Ogni volta che lanciamo una campagna di sostegno, ci chiediamo se ce la faremo. Pur non avendo alle spalle editori di peso, che spendono una valanga di euro per tentare di rinnovarsi, l’esperienza passata ci dice di sì.

Ma la metà delle carte del mazzo l’avete in mano tutti voi che ci leggete, e anche quelli che non lo fanno e però sono convinti che cancellare un voce democratica sarebbe un serio danno per la stessa democrazia.

Soprattutto se ad uscire dalle edicole fosse un giornale come il manifesto, foglio di storia e di attualità della sinistra in un momento di massima difficoltà proprio della sinistra. Sarebbe una mazzata per il pluralismo delle idee, per una informazione diversa, autonoma, libera, imprevedibile, anticonformista.

Non possiamo fermare la crisi della carta stampata, probabilmente irreversibile come dicono i numeri. Tuttavia possiamo provare ad arginarla combattendo la nostra battaglia di libertà, con una campagna che andrà avanti fino a quando non saremo riusciti a demolire gli ostacoli che questo governo, illiberale e xenofobo, sta alzando contro di noi.

Certo, anche Avvenire, Radio Radicale, e altre piccole testate sono nel mirino di palazzo Chigi. Ma noi siamo l’unico quotidiano di sinistra preso di mira.

“C’è chi i muri li fa e chi li rompe. Noi Rompiamo” è la bandiera con cui affrontiamo anche quest’impresa, rompete e abbonatevi, abbonatevi e rompete. In questo caso, senza più finanziamento dell’editoria, gli abbonamenti diventano le fondamenta dell’impresa stessa. Vogliamo continuare a costruire un giornalismo di qualità, condiviso, accessibile a tutti perché bene comune e perché un quotidiano indipendente è necessario come l’aria che respiriamo.

I muri sono molti, in Italia e nel mondo, e ciascuno di noi, di voi, ne ha uno che vorrebbe buttare giù. Ma forse il più pericoloso, il più difficile da smantellare è quello dell’ignoranza, come questa stessa campagna elettorale dimostra, misurandone ogni giorno la profondità.

Alle prossime elezioni gli elettori cercheranno la sinistra, una scelta non facile, peseranno sul voto molte esigenze concrete più che molte speranze.

Ma tra tutti i luoghi, le forze, i partiti in cui la cercheranno ce n’è uno, il nostro giornale, da condividere, un giornale che di tutto questo mondo, confuso e sparpagliato, sappia rappresentare le idee, i percorsi e le conquiste.

NOI ROMPIAMO – FOTO DI ATTILIO CRISTINI

15 maggio 2019

Rompere non è mai stato così bello

articolo di Matteo Bartocci

Una prima pagina e una homepage completamente «murate». Ieri abbiamo voluto far provare a lettori e sostenitori come ci sentiamo. Qualcuno in rete si è preoccupato per le sorti del giornale, la maggior parte ha capito: quel muro ci fa sentire lontani dalle persone che ci stanno a cuore, separati da ciò che conta davvero, chiusi dietro a una barriera altissima di disinformazione, odio, approssimazione, mancanza di idee e di autenticità.

Barriere sempre più alte (sfiducia, costi) separano ciascuno di noi dal libero accesso a una vera informazione di qualità.

Quando qualche mese fa abbiamo iniziato a sviluppare questa lunga campagna siamo partiti proprio da qui: c’è un muro che cresce, nei luoghi più impensati e familiari. Ma c’è chi i muri li fa e chi li rompe. E chi rompe in amore, a scuola, a casa, al lavoro, in politica, nell’arte, non potrà mai essere ingabbiato.

«Io rompo» perciò non è solo l’indirizzo web e lo slogan della nuova campagna abbonamenti, è un vero e proprio stile di vita.

A partire da oggi, su iorompo.it troverete un gioco, una campagna abbonamenti e un crowdfunding per un nuovo modello di giornalismo indipendente. Tre obiettivi in un colpo solo: dare a tutti la possibilità di leggere un’informazione critica, indipendente e di qualità.

L’obiettivo è ambizioso: 1.200.000 euro in nuovi (nuovi!) abbonamenti digitali da sottoscrivere con un gioco che punta ad abbattere un muro virtuale da 400.000 mattoni che ci separano dalla sostenibilità del giornale.

Il cuore (esplosivo) di questa campagna è un piccolo videogame con diversi «strumenti» tra cui scegliere, da 3 a 3.333 euro. Facciamoli saltare in aria questi mattoni!

Se entro la fine dell’anno saremo riusciti ad abbatterli tutti, nel corso del 2020 lanceremo un nuovo manifesto digitale gratuito e aperto a tutti, non solo agli abbonati.

Chi rompe i mattoni, infatti, non sarà solo un abbonato al manifesto digitale (che c’è già) ma getterà le basi per quello del futuro, diventando un «patrono» dell’informazione bene comune.

Nel momento in cui il governo decide che l’informazione deve stare solo sul mercato, voi siete l’unico «mercato» che possiamo accettare.

Con questa campagna vogliamo coinvolgere la nostra storica comunità di sostenitori e i nuovi lettori in un’esperienza che li vede attivi in prima persona. Iorompo.it infatti sarà anche uno spazio pubblico per condividere le vostre preoccupazioni e le vostre speranze. Una strana sala-giochi dove fissare bersagli e condividere battaglie.

Dietro l’idea ludica c’è una riflessione approfondita sullo stato critico del giornalismo e della carta stampata. La pubblicità su carta non rende più come una volta (e a noi ha sempre portato poco) e su web i ricavi (con la vostra identità digitale) vanno tutti a Google e Facebook.

Mentre le edicole cadono come mosche, il tempo di attenzione di ciascuno di noi è frammentato su mille schermi, funzioni, app. Oggi tutti gli editori cercano di raccogliere abbonamenti tra i propri lettori, facendo capire (piano, piano) che il giornalismo gratis non esiste. Che sono i lettori a decidere la vita e la morte di una testata.

Ma anche questo è un mercato truccato, dove il banco dei pochi grandi editori prende tutto.

Perciò scommettiamo su una strada diversa. Più rischiosa e più onesta: anche l’idea di abbonamento come proprietà privata dell’informazione (come prodotto o servizio che si acquista) è obsoleta. Le testate giornalistiche, come la cultura, l’arte, tutto ciò che è bello e cambia il presente, devono essere sostenute non solo da chi è abbonato ma anche dai «patroni».

I «patroni» del «manifesto» sono una comunità di persone che crede in un giornalismo indipendente e professionale, accessibile a tutti e attivo tutti i giorni e in tutti i campi, dal locale al globale. Persone che hanno a cuore le sfide che attraversano il mondo e comprendono il valore dell’informazione critica con il potere politico ed economico.

Essere un «patrono» significa, soprattutto, scommettere sulla libertà della rete e sulla circolarità dell’informazione, contro gli algoritmi proprietari e il commercio su scala mondiale dei dati personali di miliardi di persone.

I «patroni» sostengono il manifesto perché sanno che non ha padroni, è autogestito da chi ci lavora e persegue la massima integrità in ciò che scrive e in ciò che è realmente al proprio interno.

Sembra impossibile e per riuscirci dobbiamo rompere. Ma tanto.

IL LANCIO DELLA CAMPAGNA IN REDAZIONE – FOTO DI COSTANZA FRAIA

15 maggio 2019

La corsa ad ostacoli dell’informazione digitale

articolo di Shendi Veli

Apparentemente informarsi non è mai stato così semplice ed economico. Basta uno smartphone e una connessione Internet, due condizioni che oggi in Italia vengono soddisfatte da circa 50 milioni di persone. Eppure il giornalismo vive uno dei momenti più critici della sua storia. Il fenomeno non è solo italiano, parliamo di un trend globale.

Secondo uno studio pubblicato dal Wall Street Journal la metà dei quotidiani degli Stati Uniti cesserà di esistere entro il 2021. Gli unici a sopravvivere saranno quelli più avanti nella corsa al digitale. Ma c’è un ombra che incombe su questa conversione all’online: se non si può più contare sulle copie cartacee vendute, come si sostengono i costi del giornalismo? Le opzioni in gioco si contano sulle dita di una mano.

La prima, e al momento più diffusa, è la rendita delle le inserzioni pubblicitarie. I dati più recenti sull’online advertising tuttavia non promettono un futuro roseo. Secondo quanto riportato da Data Media Hub sulla base delle stime Nielsen, gli investimenti pubblicitari sui media (offline e online) degli ultimi 10 anni sono calate del 22,4%. E se la pubblicità su internet complessivamente cresce, i soldi vengono sempre più indirizzati sulle piattaforme social e sui motori di ricerca, che avendo in mano tutti i dati sui consumatori digitali riescono a garantire una migliore precisione ed efficacia dei messaggi.

Il sistema di guadagno tramite inserzioni on line inoltre acquista una certa rilevanza economica solo per le pagine web che possono offrire milioni di view, un meccanismo che ormai da anni orienta le scelte editoriali verso le notizie più «scandalose» o «sensazionali». Per chi fa approfondimento e giornalismo critico questa strada risulta quindi doppiamente sbarrata.

Il secondo modello di finanziamento invece è quello che fa affidamento sulle sovvenzioni statali. L’attuale governo ha stabilito la progressiva chiusura del Fondo per l’editoria di cui beneficia anche il manifesto, fino a farlo sparire del tutto dal 2022. Tra poco più di due anni quindi, anche la via dei contributi statali sarà impossibile da percorrere per i media italiani, nonostante il diritto all’informazione plurale sia chiaramente sancito dalla Costituzione.

Il terzo modoper tenere in vita l’informazione online, infine, è quello di farla leggere solo a chi paga. Il rapporto del Reuters Institute del 2019 indica chiaramente che il ricorso a paywall e abbonamenti è già molto diffuso tra i principali media di tutto il mondo e vedrà un progressivo incremento nei prossimi anni. Attualmente, tra le 212 testate più importanti di sette paesi, tra cui l’Italia, il 47% si serve di barriere economiche ai contenuti online, un dato che sale al 69% nel caso dei quotidiani.

Sembra che l’informazione digitale, pur partendo dalla promessa di aprire ai lettori una prateria sconfinata di dati accessibili e attendibili sui quali costruire un pensiero critico, rischi di trasformarsi in un bene di consumo, limitato a chi vuole, e soprattutto può, permetterselo. L’alternativa che resta è quella del contributo volontario da parte dei lettori che fanno la scelta etica di difendere il diritto all’informazione. In ogni caso interrogarsi sui modelli di finanziamento del giornalismo indipendente diventa più necessario che mai. Come diventa un dovere accrescere la consapevolezza della funzione vitale che la stampa libera ha per la democrazia.

21 maggio 2019

Il manifesto nella «top ten» dei giornali digitali più venduti

articolo di Matteo Bartocci

Piano piano il muro di 400.000 mattoncini inizia a vacillare. Risolto qualche inevitabile piccolo problema tecnico iniziale, i mattoni iniziano a volare copiosi, come gli abbonamenti. La campagna partita il 15 maggio sarà una lunga maratona e sarete voi lettori, vicini e meno vicini, a decidere il traguardo finale.

Qui al manifesto ci siamo messi davvero in gioco.

Gli ultimi dati di vendita diffusi da Prima comunicazione relativi all’Ads di marzo, ad esempio, ci vedono al decimo posto per vendite digitali “vere”, al netto degli sconti (2.570 copie al giorno) subito sotto al Messaggero.Dati Ads vendite digitali marzo 2019 prezzo uguale o superiore al 30% dell'edicola

Dati Ads vendite digitali marzo 2019 prezzo uguale o superiore al 30% dell’edicola

E questo molto prima della campagna, iniziata appunto a metà maggio. Ma dobbiamo sognare in grande, vogliamo il manifesto nella «top five» se non delle edicole vere (purtroppo servirebbero più di 60mila copie al giorno) almeno in quelle digitali.

Bisogna lavorare duramente per riuscirci ma se riusciremo ad abbattere questo odioso muro, allora costruiremo nel corso del 2020 un giornale on line universale e accessibile a tutti grazie all’impegno dei patroni che hanno partecipato a questa campagna.

Siete voi i capitani di questo vascello, ciascuno di voi può decidere la nostra rotta.

Abbiamo la possibilità di dare una sonora lezione ai pentaleghisti di governo che hanno abolito il fondo per il pluralismo e sperano che il «mercato» faccia il lavoro sporco da solo.

E allora portiamo il manifesto in cima al cosiddetto «mercato» e rimarranno tutti a bocca aperta. Contro chi vuole toglierci la voce non basta alzarla (come si propone Repubblica). Bisogna rompere, e tanto!

Stiamo coinvolgendo artisti, intellettuali, compagni e amici che in modo disinteressato vogliono contribuire al successo di questa campagna.

L’ex sindaco Domenico Lucano ha voluto essere tra i primi a «rompere», aderendo subito alla nuova campagna abbonamenti.

Nel frattempo parte oggi nelle commissioni riunite di camera e senato l’esame degli emendamenti al decreto crescita per la moratoria dei tagli a Radio Radicale (emendamento della Lega) e i quotidiani in cooperativa e non profit (emendamento Pd-Si). Seguiremo con molta attenzione l’iter parlamentare sperando in un sussulto di coscienza della maggioranza.

Non ci sentiamo soli, anche se la fatica di remare in direzione ostinata e contraria è sempre tanta.

Cinquant’anni fa iniziava la storia del manifesto. Vogliamo essere all’altezza del passato e conquistare il futuro. Perciò rompete, diventate patroni, abbonatevi, passate parola a voce o sui social.

Per qualsiasi domanda potete scrivere a [email protected].

28 maggio 2019

Lunga vita a chi rompe

articolo di Mariangela Mianiti

Ah, quanti multiformi usi possiede il verbo rompere.

Rompere le scatole. Rompete gli schemi. Rompiamo i muri. Si sono rotte le barriere. Io rompo.
Rompere la faccia. Si ruppe la schiena. Ha le mani rotte. Gli ha rotto le ossa. Si è rotto il grugno. Rompersi il muso. Hanno rotto gli zebedei. Io rompo.
Mi sono rotto. Hai rotto. Quando smetti di rompere? Se non la pianti ti rompo.Io rompo.

È una rottura. È rottura. E fu rottura. Chi rompe paga. Mamma sei una rompi. Abbiamo rotto. La rottura è irreparabile. Rottamazione. Io rompo.
Rompere il ghiaccio. Si è rotta la compattezza. Si ruppe la continuità. L’atmosfera si è rotta. Si è rotto un idillio. Io rompo.
A rotta di collo. Si è rotto l’osso del collo. Rompere il terreno. Rompigambe. Rompicapo. Io rompo.
Rompere le uova nel paniere. Si è rotto in mille pezzi. Rompere i timpani. Ha rotto i freni. Si è rotto il patto. Io rompo.

Ha rotto ogni ritegno. Ha rotto gli argini. Ha rotto le dighe. Hanno rotto la pace. Rompere l’onda. Ruppe la folla. Rompete le righe. Io rompo.
Si è rotto il silenzio. Si ruppe l’incanto. Rompere la monotonia. Ha rotto il passo. Si è rotto tutto. Si è rotto un tubo. Io rompo.
Rompere l’atmosfera. Rompere in lacrime. Rompiballe. Rompìbile. E’ un rompicapo. Io rompo.
A rompicollo. Rompighiaccio. Rompifiamma. Rompitore. Rompimento. Rompigetto. Rompiappretto. Io rompo.
Rompimuro. Rompiossa. Rompipietre. Rompirèste. Rompitura. Rottura. Rompitasche. Che rompimento. Io rompo.

Mi ha rotto l’anima. Rompere le catene. Erompere. Prorompere. Rompere in mare. Rompere in chiglia. Ha rotto la calca. Rompere l’amicizia. Io rompo.
Ma quanto rompi. Ha rotto assai. E io rompo.
Io ruppi, tu rompesti, egli ruppe, noi rompemmo, voi rompeste, essi ruppero.
E che, rompi? Adesso rompo! Basta rompere! Che rottura!
Rompiamo? Rompiamo! Rompicoglioni. Io rompo.

Rompe là da ponente. Rompere in lacrime. Parole che rompono dal cuore, scrisse Leopardi. Allora non rompo.
Rompere la corda. Me ne ha già rotto bastantemente la testa (Alessandro Manzoni). Rompere gli stivali. Rompere il guscio. Io rompo.
Rompere le catene. Rompere gli ormeggi. L’orologio si è rotto. Io rompo.
Rompere i rapporti. Rompere un patto. Rompere l’alleanza. Io rompo.

Rompere il vento. Rompere la calca. Rompere l’accerchiamento. Rompere l’assedio. Rompere il fronte. Rompete le linee nemiche. Io rompo.
Rompere la dieta. Rompere il digiuno. Rompere il silenzio. Rompere gli indugi. Rompere l’incantesimo. Io rompo.
Amore ruppe tutti i miei spiriti a fuggire (Guido Cavalcanti).
Io rompo. Rompiamo. Rompete, chè ne abbiamo tutti bisogno.

30 maggio 2019

Guai a mostrare le magliette del manifesto: subito requisite

Articolo di Redazione

«Magliette sovversive». Ieri mattina alla facoltà di Economia della Sapienza è bastato tirare fuori le t-shirt nere e arancioni «io rompo.it» del manifesto per provocare la reazione dei solerti agenti di scorta del presidente dell’Inps e del presidente della Camera.Pasquale Tridico e Roberto Fico hanno più volte pubblicamente sostenuto di essere lettori del nostro giornale.

Volevamo dunque fare loro dono delle nostre magliette e magari immortalare la scena.

Niente da fare: appena abbiamo cercato di proporre la cosa al presidente dell’Inps siamo stati sollevati a forza e portati fuori dall’aula magna per essere identificati nonostante avessimo mostrato il tesserino che certificava la nostra iscrizione all’ordine dei giornalista.

Le magliette «io rompo.it» sono state immediatamente «requisite». Figurarsi se ci avessimo provato con il presidente della camera: l’arresto era probabile.

Peccato perché siamo sicuri che entrambi ancora ci leggano senza farlo sapere al loro compagno (pardon, collega) di partito il sottosegretario Vito Crimi che invece ci vuole uccidere. E che condividono la nostra battaglia per rompere il muro che vuole bloccare (sempre tramite Crimi) la libera informazione fuori dal coro.

Per fortuna il curatore del Rapporto sullo Stato Sociale che ha richiamato cotanto parterre alla Sapienza, il professor Felice Roberto Pizzuti, la maglietta l’ha messa e si è fatto fotografare. Anche lui rompe.
(P.s. Se Tridico e Fico vogliono le magliette… a fine mattinata la polizia ce le ha restituite)

La vignetta di Mauro Biani

14 giugno 2019

Il duro muro della realtà

editoriale di Norma Rangeri

L’accanimento dei 5Stelle contro le imprese editoriali in cooperativa o non profit, e contro Radio radicale, è esibito senza imbarazzi e senza ritegno dal capo politico Di Maio, seguito da tutti gli stati maggiori e minori pentastellati.

Sempre pronti al compromesso su ogni partita politica dell’agenda leghista, ma inflessibili quando si tratta di informazione e di giornali, perché allora attaccano a testa bassa l’alleato di governo. Come è accaduto ieri dopo il voto leghista a favore di Radio radicale, «gravissimo» secondo il vicepresidente Di Maio che ha gonfiato il petto: «Ne risponderanno».

Proprio i 5Stelle, quelli della Costituzione più bella del mondo quando dall’altra parte della barricata c’era Renzi, diventano negazionisti militanti di un diritto costituzionalmente garantito, vittime di un furore ideologico per il libero mercato dell’informazione, pari solo alla profonda e congenita arretratezza culturale del paese dell’uomo qualunque.

Una mentalità, certamente intrisa di conflitti di interesse (per la comunicazione dipendono da un imprenditore privato e da mamma Rai), ma soprattutto forgiata nell’impasto autoritario del vecchio guru, capace di costruire il movimento con l’alto insegnamento del vaffa day contro i giornali. Grillo, Di Maio e company non sanno che farsene della carta stampata, andare in edicola è una vecchia usanza che non capiscono.

Anzi, se tutto il settore soffre di una crisi da malato terminale, se siamo un paese avvelenato da potentati e concentrazioni editoriali, se la società ha un tasso di analfabetismo spaventoso, loro sono tranquilli, indifferenti. Li avete mai sentiti parlare di un libro, anche per sbaglio, in televisione?

Siamo contenti che alla fine, con l’accordo trasversale di tutti i gruppi parlamentari, Radio radicale sia riuscita a tirare un sospiro di sollievo.

L’emendamento approvato ieri mattina le garantisce i fondi per andare avanti.

Ma quello stesso emendamento ha invece escluso i giornali e tra quelli nazionali noi siamo il boccone prelibato. Poco importa se il bavaglio costerà migliaia di posti di lavoro in tutta le filiera della carta stampata.

Tra l’altro senza neanche risparmiare un euro visto che il Fondo per il pluralismo resta ma a disposizione del governo che distribuirà i finanziamenti pubblici a chi decide lui esserne meritevole.

Se non fosse purtroppo drammatico, sarebbe persino ridicolo che una cooperativa di giornalisti e tipografi come il manifesto, un gruppo di lavoro con stipendi da minimo contrattuale per tutti, con circa due terzi del suo bilancio dovuto (a proposito di mercato) alle vendite e alla (poca ) pubblicità, sia oggi la vittima designata della non più invincibile armata pentastellata.

Sì perché alla fine della giostra, se Radio radicale ha trovato il sostegno della destra e della sinistra, se Avvenire non ha mai davvero corso il rischio di ridimensionamento o chiusura per la minore incidenza del Fondo sul suo bilancio, a rimetterci le penne saranno testate locali e, appunto, il manifesto.

L’unica nostra arma è dunque rompere questo isolamento mobilitando i nostri lettori nella campagna iorompo.it, una battaglia da cui usciremo vivi o morti, come quella che ci portò all’acquisto della testata, ormai tre anni fa, riscattata dalla salatissima liquidazione, con i nostri e i vostri sacrifici.

Così oggi: o riusciremo a mettere nella nostra cassetta di sicurezza 1 milione e 200 mila euro (quel che il governo ci taglierà entro l’anno), o non potremo fare miracoli.

Di questo chi va in edicola o si abbona al giornale deve essere consapevole, fino in fondo.

Invece mi capita di scoprire sorpresa e meraviglia quando, in pubblici incontri o private conversazioni, faccio presente il quanto e il quando del nostro traballante futuro prossimo.

In un certo senso capisco e lo stupore è persino confortante. Come se la fine del giornale, di questo giornale sempre in edicola ogni giorno da 48 anni, non potesse neppure essere messa nel conto.

Nessuno è mai riuscito a tapparci la bocca, perché ora invece sì?

Cercheremo di spiegarlo ogni giorno, migliorando la nostra campagna perché se tra i lettori, gli amici i compagni c’è ancora chi non lo ha capito, questo vuol dire solo una cosa: non abbiamo spiegato abbastanza, non abbiamo rotto il muro della dura realtà.

Naturalmente per comunicare la campagna, per arrivare anche a chi non ci legge ma alla libertà di informazione ci tiene, occorrono investimenti pubblicitari, on line e off line. Noi non abbiamo grandi mezzi e nemmeno forti lobby. Oltretutto a sinistra del Pd non c’è mai stata una spiccata sensibilità per il tema dell’informazione (spesso confusa con la partecipazione ai talk-show).

Da ogni punto di vista una strada in salita, ma hic rhodus, hic salta.

28 giugno 2019

I “biscotti” avvelenati della rete

articolo di Matteo Bartocci

Facciamo un esperimento.

Immaginate di uscire di casa e di avere alle spalle ogni volta una ventina di tizi mascherati che vi seguono ovunque e prendono nota di tutto quello che fate, di quali vetrine guardate e per quanto tempo, del tragitto che fate.

Immaginate di indossare un paio di occhiali che trasmettono in tempo reale a una società sconosciuta delle isole Vergini tutto quello che vedete, fate o scrivete.

Immaginate che tutti i vostri messaggini e telefonate siano catalogati da un tizio irlandese che può dire a chiunque con chi avete parlato e per quanto tempo. Magari pure cosa vi siete detti.

Immaginate che tutte le vostre foto siano raccolte in faldoni infiniti da funzionari del Nevada. E che davanti casa vostra ci sia un vigile gentilissimo, che vi dà ogni informazione che vi serve ogni volta che vi serve. Peccato che scriva su un quaderno il dettaglio di ogni vostra domanda.

Immaginate di vedere in ufficio un tabellone con le vostre date di ovulazione, i km che avete fatto a piedi o tutte le cose che avete comprato nell’ultimo mese.

Immaginate di avere in salotto una simpatica signora yankee che ascolta tutto quello che dite, la musica che sentite o i film che guardate e ne prende nota diligentemente.

Tutte queste situazioni, se pensate nella vita reale, terrena, sarebbero intollerabili. Neanche nella peggiore delle dittature accetteremmo di vivere così, braccati e registrati 24 ore su 24.

Su Internet, invece, questa è la pura normalità. Funziona esattamente così.

LA GUERRA MONDIALE PER I DATI

Ciascuno di noi navigando sul Web accetta di trasmettere e far archiviare in tempo reale a società sconosciute tutto quello che fa.

Accetta di scaricare sul proprio computer piccoli pezzetti di codice («cookie» o altro) che registrano tutto quello che facciamo e che vediamo. Che interpretano i nostri desideri e problemi e li mettono in relazione con quelli di miliardi di altre persone osservate anche loro h24.

In questo modo Internet da universo di libertà si sta trasformando in una distopia dove la videosorveglianza è la normalità e la riservatezza la peggiore delle trasgressioni.

Le piattaforme stanno costruendo uno zoo da cui è impossibile uscire. E gli animali siamo noi.

Internet da universo di libertà si sta trasformando in una distopia dove la videosorveglianza è la normalità e la riservatezza la peggiore delle trasgressioni

E adesso veniamo al punto.

Non ce ne accorgiamo ma la prima guerra mondiale per il controllo delle nostre identità digitali è in atto. I nostri alter ego in Rete combattono notte e giorno una battaglia che da soli non possono vincere.

Non è Matrix o una puntata di Black Mirror. È il mondo in cui viviamo. La Rete non vuole la nostra fuga.

Anzi, novella Biancaneve, si traveste da matrigna benevola che moltiplica i nostri sogni e le nostre conoscenze. Ma raramente ci presenta il conto. È come un amico che al ristorante paga sempre lui.

È UN MERCATO TRUCCATO

Big data e privacy sono i temi di questo secolo. Lo sappiamo tutti: cerchiamo una vacanza in Sardegna su Google e tre secondi dopo su qualsiasi sito web italiano o straniero vediamo una pubblicità di traghetti per l’isola o il resort tal dei tali.

Ma questo mercimonio delle nostre identità digitali è davvero utile? Serve veramente a finanziare le attività in Rete? La pubblicità on line salva l’informazione indipendente da aziende o governi?

Barlumi di coscienza si fanno avanti. Il primo studio scientifico sull’efficacia dei cosiddetti «cookie di profilazione» (per i quali diamo o non diamo il consenso nel 99% dei siti internet europei) dimostra che sono una grande bufala. Forse la bufala più grande della storia della comunicazione.

Secondo una ricerca congiunta dell’università del Minnesota, dell’università della California e della Carnegie Mellon University, i siti di informazione che ospitano pubblicità profilata guadagnano solo il 4% in più di quelli che ospitano pubblicità generica senza «cookie» specifici.

Questo studio, per la prima volta, è riuscito a tracciare milioni di transazioni pubblicitarie di una grande azienda americana per una settimana. E ha dimostrato, in breve, che gli editori vendono al «mercato» i propri lettori per un pugno di mosche.

E mentre i fatturati della pubblicità on line crescono a due cifre, le aziende pagano anche il triplo (268%) per avere un annuncio sul Web mirato e non generico.

Ma chi ci guadagna da questo sistema? A chi vanno i soldi degli inserzionisti?

Nel 2018 (dati eMarketer) il 58% dell’intero mercato pubblicitario digitale americano è in mano a due sole aziende: Google e Facebook (se aggiungessimo anche Amazon il dato esploderebbe). Mentre negli ultimi tre anni i ricavi pubblicitari digitali degli editori sono diminuiti mediamente del 40% (dati Econsultancy) e i tagli alle redazioni e al prodotto giornalistico sono stati draconiani in tutto l’Occidente.

Chi ci guadagna dunque sono gli intermediari e le agenzie pubblicitarie, che per gli annunci «personalizzati» si prendono fino al 60% degli investimenti delle aziende (dati della società Warc citati dal Wall Street Journal).

«Il valore commerciale della profilazione pubblicitaria dei lettori è stato completamente sovrastimato fin dalla sua invenzione»Michael Zimbalist

Il mercato pubblicitario digitale insomma è un gigante bulimico, opaco e bizzarro, dove i primi e gli ultimi della catena (siti web e lettori) perdono tutto senza guadagnarci nulla. Dove le aziende per comparire spendono sempre di più (con un’efficienza tutta da dimostrare) e dove due colossi lasciano briciole a centinaia di aziendine che si prendono i nostri dati e li vendono per pochi spiccioli al primo che capita.

Secondo Michael Zimbalist, responsabile dell’innovazione del Philadelphia Media Network (un ex del New York Times), «il valore commerciale della profilazione pubblicitaria dei lettori è stato completamente sovrastimato fin dalla sua invenzione». Una bufala insomma.

COME RESISTERE

Resistere a tutto questo non è impossibile ma è molto difficile.

Dopo il regolamento europeo GDPR sui dati personali, la California ha fatto una propria legge sulla privacy e ora la palla passa al governo federale americano, che non può ipotizzare 50 leggi diverse in tutti gli stati. La Silicon Valley trema. Per la prima volta è in una posizione di apparente debolezza.

Ma questo dibattito non può rimanere tra gli addetti ai lavori o affidato ai politici (spesso compromessi l’uno con l’altro).

Là fuori per i nostri alter ego digitali la guerra è reale. E aiutarli a liberarsi tocca a noi.

Ci sono degli antidoti, piccoli trucchi, accortezze, squallidi sotterfugi e buchi nel sistema.

Ma richiedono impegno.

Ciascuno di noi, singolarmente, può scaricare software che impediscono il tracciamento on line, usare diversi motori di ricerca e browser diversi su diversi dispositivi, spegnere gli assistenti vocali e diminuire il più possibile la geolocalizzazione dei telefoni.

Possiamo dire «no» in ogni form e “quadratino” ogni volta che è possibile. Non usare app e programmi inaffidabili. Ma non possiamo svuotare il mare con tanti cucchiaini. Abbiamo il dovere di cambiare il sistema.

LA SCELTA DEL MANIFESTO

Noi su ilmanifesto.it abbiamo fatto scelte molto precise. E molto costose.

Per esempio non c’è la pubblicità. Né profilata né generica. Nulla in contrario in via generale ma finché la pubblicità on line sarà questa, preferiamo mettere al riparo noi e i nostri lettori da tracciamenti e profilazioni non necessari e che non fanno «guadagnare» né noi né loro.

Sul sito del manifesto ci siete solo voi e i nostri articoli.

Nessuno vi spia e cataloga quello che leggete per quanto tempo.

Il sito è stato tra i primi in Italia, più di cinque anni fa, a essere criptato quasi come quello di una banca, in modo che nel transito tra il vostro computer e i nostri server nessuno possa intromettersi facilmente.

La vostra privacy per noi è talmente importante che non abbiamo nemmeno messo le icone di condivisione di Facebook o twitter ma dei pulsanti bianchi quasi invisibili.

Anche le icone dei social vi tracciano: che siate iscritti a Facebook o no, Facebook sa che avete visitato quella pagina.

Sul sito del manifesto ci siete solo voi e i nostri articoli

Tutti i nostri server sono fisicamente nell’Unione europea in modo da essere protetti secondo le nostre leggi e, per scrupolo in caso di Brexit, anche quelli in Inghilterra sono stati spostati da tempo all’interno dell’Ue.

Più di 260mila persone si sono registrate sul nostro sito per poterci leggere gratuitamente fino alla soglia del paywall (8 articoli gratis al mese più gli editoriali sempre gratis).

Di voi conosciamo il minor numero di dati possibile (solo quelli necessari per legge o per potervi fornire l’abbonamento) e sfidiamo uno solo degli iscritti a dire pubblicamente se ha mai ricevuto una mail di spam o superflua da parte nostra.

Nessuno di voi è profilato.

Semplicemente, c’è un contatore del numero di articoli (ma non sappiamo quali né per quanto tempo).

Del nostro sito in breve puoi fidarti non solo per la qualità del nostro giornalismo ma anche per come cerchiamo di offrirtelo.

Lo stesso vale per la campagna su iorompo.it, che è collegata al sito principale e per questo può mostrarvi alcuni passaggi burocratici fastidiosi prima di giocare e abbonarvi. Ma servono proprio per rispettare la vostra privacy e trattare i dati in modo scrupoloso.

Senza pubblicità e senza profilazione, le nostre possibilità di marketing e i nostri ricavi digitali si riducono a quello che voi siete disposti a dirci e a pagare.

Ci siamo volontariamente legati le mani da soli per metterci solo nelle vostre mani

Ci siamo volontariamente legati le mani da soli per metterci solo nelle vostre mani. Per esempio, non possiamo fare una campagna abbonamenti mirata ai navigatori più fedeli, ai più giovani, a chi è interessato a un argomento piuttosto che a un altro. O meglio, possiamo farlo all’antica, senza usare milioni di informazioni e tracciarvi in ogni dove.

Possiamo farle se vi fidate di noi, se ci raccontate cosa vorreste, se siamo bravi a capirlo anche quando non ce lo dite.

Intendiamoci bene: non tutti i «cookie» vengono per nuocere. Sul nostro sito ci sono dei «cookie», spesso di terze parti. Ma sono sempre tecnici e anonimi. Vi aiutano a memorizzare la password senza doverla ridigitare. Ci aiutano a contarvi e a sapere quanti siete (non chi siete però).

Vi forniscono le font digitali (i caratteri) che abbiamo scelto e non quelle generiche. Ci aiutano a gestire i form con le vostre richieste, i vostri commenti, i vostri pagamenti, le email automatiche (quelle di benvenuto, di recupero password, di scadenza dell’abbonamento, etc.). Sono insomma strumenti di funzionamento, non strumenti commerciali.

Questo modello di giornalismo dipende solo da voi

Il manifesto digitale in definitiva dipende solo da voi. Di più: questo modello di giornalismo dipende solo da voi.

Abbiamo deciso di rompere con un certo tipo di informazione. E vogliamo rompere ancora di più. Con la campagna #iorompo vogliamo dimostrare che la guerra per il controllo della Rete può essere vinta.

Quel muro del controllo permanente, delle opacità, delle false notizie, di numeri sempre più grandi che non significano nulla può essere abbattuto.

Ma ci servono alleati. E ne servono tanti. Il biglietto per la libertà costa un milione e duecentomila euro.

È un conto che va pagato, se non vogliamo che qualcun’altro lo paghi per noi.

1 luglio 2019

Il nostro striscione su Salvini e il conformismo di Via Bargoni

articolo di Norma Rangeri

Ha sventolato tranquillo dal nostro terrazzo per una settimana poi, ieri, la OcsImmobiliare di via Bargoni 8 ci ha chiesto di «rimuovere lo striscione affisso sulla facciata del palazzo perché non è autorizzato dalla proprietà, ha dimensioni troppo vistose, viola l’estetica del palazzo e denota un messaggio offensivo».

Su telo bianco avevamo dipinto con vernice nera un faccione barbuto simil salviniano, con due righe cubitali: «lui rompe», «iorompo.it», e naturalmente la testata il manifesto come firma.

Effettivamente lo striscione si faceva vedere anche da lontano, come è vero che era un segno disturbante che violava la morte civile della triste skyline del palazzone tutto uffici. Non che l’opera piacesse proprio a tutti, ma si sa, de gustibus non disputandum.

Ma sul «messaggio offensivo» non siamo d’accordo, come non lo eravamo quando vigili del fuoco e polizia hanno cominciato a togliere gli striscioni dai balconi degli italiani.

Nel nostro caso poi siamo anzi convinti che nemmeno Salvini si sentirebbe offeso dal nostro, perché scrivere «lui rompe» in un certo senso è rendergli merito (a Cesare quel che è di Cesare).

Così come «io rompo» è un vanto per noi, perché è nella nostra natura da 50anni. Tanto che oggi iorompo.it è diventato lo slogan della campagna per raccogliere fondi contro i tagli del governo gialloverde, 5Stelle in testa, all’editoria.

Lo striscione è finito piegato in un cassetto, il palazzo è tornato al più assoluto anonimato. Ma voi, care lettrici e cari lettori, ora avete un piccolo motivo in più per aiutarci a rompere il muro del conformismo.

12 luglio 2019

Anything to say?

articolo di Shendi Veli

Non è certo comune essere rappresentati in una scultura mentre si è ancora in vita, e d’altronde ben poco di ordinario hanno le vite di Edward Snowden, Julian Assange e Chelsea Manning, le tre personalità che svettano sulle sedie dell’opera “Anything to say?” realizzata dall’artista Davide Dormino. La scultura, in bronzo nero, è composta di quattro sedie, su tre delle quali poggiano i piedi i whistleblower più importanti del nostro tempo. La quarta è lasciata volontariamente vuota come incoraggiamento per coloro che in futuro avranno il coraggio di salirci su, per rivelare con la schiena diritta verità scomode.

La scultura, il cui titolo completo è “A monument to courage”, è anche un presa di posizione politica a sostegno delle persone che in seguito alla diffusione di informazioni segrete di interesse pubblico oggi vengono perseguitate dagli apparati statali di vari paesi, quando non già recluse.

foto di Christian Rizzo

La caratteristica principale della composizione, ideata dal giornalista Charles Glass e realizzata da Dormino, è quella di essere itinerante. Inaugurata il 1 maggio del 2015 nella berlinese Alexander Platz, ha continuato ad apparire in diverse piazze e strade del mondo, accompagnata da dibattiti e performance che hanno messo al centro il tema della libertà di stampa e la necessità di tutelare chi denuncia, rendendo visibili le distorsioni del potere.

Allo stato attuale le tre personalità raffigurate nel gruppo scultoreo subiscono tutte un feroce attacco alla propria libertà personale. Snowden, ex agente a contratto con la Nsa, è noto in tutto il mondo per aver diffuso documenti segreti sui programmi di sorveglianza digitale di massa del governo americano e britannico. Oggi vive in Russia, dove ha ricevuto asilo politico. Julian Assange, giornalista e programmatore australiano, ha fondato Wikileaks, il sito che ha reso pubblici una quantità di documenti riservati e segreti di diversi stati (incluse le email di Hillary Clinton nell’ultima campagna presidenziale), si trova in carcere in Gran Bretagna, in condizioni di salute preoccupanti. Chelsea Manning, ex soldato dell’esercito americano, è nota per aver diffuso nel 2010 documenti riservati che certificavano i gravi abusi dei diritti umani commessi dagli Usa in Iraq e in Afghanistan. E’ stata in carcere per oltre sette anni, poi graziata da Obama alla fine del suo mandato, oggi seppur a piede libero è di nuovo indagata per essersi rifiutata di testimoniare contro Wikileaks.

Con questo contesto, a Spoleto negli spazi del FuoriFestival in occasione della 62° edizione del Festival dei due Mondi, intorno alla statua “Anything to Say?” si è svolto un dibattito nel quale sono intervenute figure importanti del panorama giornalistico italiano. Dall’evento è emersa la necessità, oggi più stringente che mai, di stagliarsi in difesa del giornalismo indipendente e delle sue fonti. Era presente tra gli invitati anche il direttore editoriale del manifesto Matteo Bartocci. Il manifesto negli ultimi mesi ha subito un duro attacco dal governo che ha disposto il taglio del fondo per il pluralismo, una misura che rischia di mettere a rischio l’esistenza di un quotidiano politico eretico e libero, sganciato dalle influenze partitiche e di potere.

“Qualunque cosa si pensi del lavoro giornalistico di Assange se un cittadino australiano potrà essere estradato in un paese diverso da quello d’origine, paese nel quale non ha mai messo piede, e giudicato secondo leggi diverse dal suo paese natìo, si creerà un precedente critico e pericoloso per i giornalisti e i cittadini di tutto il mondo.” ha detto Stefania Maurizi, giornalista d’inchiesta di Repubblica, che per prima ha fatto da ponte tra le rivelazioni di Wikileaks e la stampa italiana.

Tra gli interventi anche quello di Alberto Spampinato, direttore di “Ossigeno per l’informazione”, un osservatorio che monitora le intimidazioni rivolte a giornalisti e cronisti, e Roberto Natale, ex presidente della FNSI.

D’altronde la libertà di informazione nelle sue varie forme è oggi a rischio non solo nei regimi autoritari ma anche in quelle che fino a poco fa venivano chiamate le democrazie liberali. Le pulsioni sovraniste e populiste, che hanno portato a governi sempre più decisionisti e autoritari, stanno minando il pluralismo dell’informazione e l’agibilità dei giornalisti.

Nella classifica di Reporters Sans Frontieres del 2019 che analizza i dati di 179 paesi, l’Italia si colloca al 43ismo posto. Lo scorso febbraio il gruppo di inchiesta del Consiglio di Europa ha dichiarato la sua preoccupazione per il peggioramento delle condizioni dell’informazione nel nostro paese, in particolare per quanto riguarda la protezione dei giornalisti indipendenti da eventuali ritorsioni politiche e i tagli del governo ai fondi pubblici per il pluralismo.

La gallery di Christian Rizzo

2 agosto 2019

Libertà di stampa, Conte non può più tacere

articolo di Carlo Verna

Il giornalismo «non è per i governanti, ma per i governati». Lo spiegò molto bene la corte Suprema degli Stati Uniti, nel film The Post lo ha divulgato a un vasto pubblico mondiale Steven Spielberg.

Lo ha ricordato anche il presidente Sergio Mattarella, che sui temi dell’informazione, sale della democrazia, è sempre in prima fila, la settimana scorsa alla cerimonia del Ventaglio.

Ma in Italia la libertà di stampa è a un bivio e con essa lo è la libertà tout court.

In termini comunicativi , come al solito , il ministro degli Interni ha neutralizzato molto bene il recente colpo all’uguaglianza e forse alle regole (verificherà la magistratura). In pochi hanno pensato che fosse un figlio più figlio degli altri a scorrazzare sulla moto d’acqua di tutti essendo in dotazione alle forze dell’ordine, in tanti hanno persino perdonato l’«errore di padre», in un Paese dove i sussulti d’odio convivono coi sentimenti di sempre. La maggioranza degli italiani non avrebbe scagliato la prima pietra. Intenerita. Cuore di papà.

Un episodio che si sarebbe facilmente dimenticato. Ma che neanche si sarebbe conosciuto se non ci fosse stato un videomaker a fare il «giornalista-giornalista», come in una bella pellicola di Marco Risi dedicata a Giancarlo Siani.

E qui è il punto di maggior crisi della libertà, che si acuisce per il silenzio di Matteo Salvini rispetto a una semplice richiesta di scuse formulata di fronte al tentativo di vietare di documentare la rilevanza sociale di quel che accadeva.

Quale segnale c’è nello snobbare una presa di posizione sulla parte più importante della vicenda ? E come si ricollega agli striscioni di contestazione più volte e in più luoghi rimossi ? Dove stanno andando in Italia il diritto di cronaca e la libertà di manifestazione del pensiero ? E cosa accadrà se si lascia fare restando in silenzio ?

Mi sembra che il tempo per una risposta del vice premier giornalista professionista stia scadendo ma che non si possa prescindere dai supplementari con la sostituzione del giocatore in campo.

Caro presidente Conte, la palla arriva a Lei, «avvocato del popolo». Non possiamo chiedere sempre e solo al Capo dello Stato di esserci e Lui c’è sempre.

La politica del governo sulla questione delle libertà è a un bivio. La «democrazia muore nell’oscurità», si avverte dagli Usa. Vedo che qui da noi spesso si mette all’indice il giornalista che sbaglia. Può capitare in qualunque professione.

L’unico rimedio al giornalista è il giornalista, ovvero il pluralismo e anche qui coi segnali dati dai tagli all’editoria non si sta rendendo un buon servizio alla causa della libertà.

Mi sembra che ai tanti dossier pieni di posizioni divergenti si debba aggiungere il caso riguardante un’idea del Paese, splendidamente chiara ai padri costituenti, in quel mirabile compromesso di culture che è la nostra carta fondamentale. A servizio di questo Paese svolgo un modesto ruolo istituzionale e per amore di questo Paese e del giornalismo non tacerò. Aspetto, però, che parli Lei presidente Conte.

*L’autore è il presidente del consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti

 

28 agosto 2019

Crisi di governo, la libertà di informazione viene prima di tutto

articolo di Vincenzo Vita

Que serà serà, recita il titolo di un famoso brano reso celebre da Doris Day. Mentre scriviamo non siamo certi degli esiti della crisi di governo. Tuttavia, facciamo voti. Perché nelle cose della politica (oggi più che mai) il meglio è improbabile e l’obiettivo realistico è quello di r-esistere.

Contro l’ondata di destra in giro per il villaggio globale e che in Italia ha preso le sembianze di Matteo Salvini (già, neanche la destra è quella di una volta) serve una fase difensiva. Utile, magari, a ripensare a cosa può essere una sinistra rinnovata da cima a fondo.

Tuttavia, nei diversi appelli o documenti programmatici emersi finora manca il tema dell’informazione. Assenza colposa se non dolosa, e purtroppo non inedita.

È noto che al sistema politico (tutto) piace autorappresentarsi nel mondo mediale, fino all’imbuto dei social, che dà dipendenza come la droga. Non è un’esagerazione, visto che ci sono ormai numerosi studi in materia.

Il tema della comunicazione non può e non deve essere eluso nelle discussioni di queste ore. Hanno giustamente richiamato l’attenzione sulla gravità della situazione l’associazione «Articolo21» e la Federazione della stampa.

Sì, perché veniamo da una stagione pessima per le libertà previste dalla Costituzione: giornalisti minacciati e persino aggrediti, ricorso spregiudicato alle «querele temerarie» come forma di ricatto e di censura preventiva, tentativi di commissariamento dell’istituto di previdenza della categoria, revisione regressiva del Fondo per il pluralismo e l’innovazione.

La nuova maggioranza segnerà una «discontinuità» rispetto alle scelte davvero discutibili del sottosegretario con delega Vito Crimi? Con rispetto per le persone, come si dice. Ma continuerà la sceneggiata degli «Stati generali dell’editoria», che al momento non sembrano aver avuto altro sottotesto se non la chiusura annunciata di numerosi giornali e l’attacco astioso a Radio radicale.

Va da sé che è necessario discutere un punto così delicato e dirimente in un contesto di riforme ormai indifferibili.

Sull’informazione, infatti, il discorso deve allargarsi almeno al conflitto di interessi, alla riforma della Rai, alla revisione della orrenda legge Gasparri.

Insomma, che qualche parola esca dagli incontri in corso su un argomento preliminare rispetto a tutti gli altri.

Senza garantire la pratica effettiva delle diverse idee non si possono garantire gli altri aspetti dei programmi.

La libertà di informazione è come la libertà personale: viene prima di tutto il resto.

Neppure è credibile discettare di transizione digitale se il mondo reale è in crisi. Se rischiano di chiudere da qui a due anni 50 testate con esiti drammatici anche per l’occupazione.

Si pronunci subito questa semplice frase: ci impegniamo a rimettere in discussione nella prossima legge di bilancio le lettere b e c del comma 810 dell’articolo 1 dell’omologa legge precedente. Vale a dire evitare l’eutanasia progressiva delle testate locali dell’universo associazionistico, o nazionali, cooperative e di opinione come il manifesto l’Avvenire.

14 settembre 2019

Giulietti (Fnsi): «Sull’editoria ora si volti davvero pagina»

articolo di Matteo Bartocci

Beppe Giulietti, presidente del sindacato dei giornalisti Fnsi, non festeggia il cambio di governo («le nostre richieste non cambiano»), auspica però che sull’informazione si registri un vero cambio di passo rispetto all’era gialloverde.

Andrea Martella
Andrea Martella

Presidente Giulietti, Andrea Martella (Pd) all’editoria è una scelta di discontinuità con il passato?

Io mi auguro di sì. Lo dichiaro subito: Martella lo conosco, ho abitato con lui a Venezia, sono stato parlamentare con lui. È una persona equilibrata, attenta, pacata, a cui sicuramente non piacciono tagli, bavagli e censure.

Le premesse quindi ci sono, dopo di che un sindacato deve guardare soltanto gli atti. Sono sicuro che Martella rispetterà le posizioni altrui ma poi sarà giudicato sulle sintesi politiche che riuscirà a fare.

Per me l’unico governo amico è quello che ha nel cuore l’articolo 21 della Costituzione. Le richieste che finora abbiamo posto invano le porremo al nuovo governo e al presidente Conte.

Con l’ex sottosegretario Crimi lo scontro del sindacato è stato quasi senza precedenti.

Non festeggio e non faccio dichiarazioni postume.

Vito Crimi
Vito Crimi

Crimi lascia un settore dell’informazione in allarme rosso. Con una trasformazione industriale profonda e una montagna di problemi, dal lavoro sottopagato alla sostenibilità stessa del del pluralismo.

Primo: bisogna abrogare i tagli a decine di testate. Ripartiamo da capo in modo corretto: eliminiamo i tagli, confrontiamoci e promuoviamo insieme la trasformazione del settore. I tagli al fondo per il pluralismo e i bavagli delle querele temerarie vanno rimossi dal tavolo non perché lo chiede la Fnsi ma perché sono lesivi del diritto dei cittadini all’informazione.

Gli appelli di Mattarella parlano da sé, non c’è molto da aggiungere: lì c’è il perimetro della difesa dell’informazione.

Tutto da buttare del governo gialloverde?

Tutto no. Si era aperto un confronto positivo al ministero del Lavoro con l’ex sottosegretario Durigon. L’obiettivo era la salvaguardia dell’Inpgi e misure adeguate contro il precariato giornalistico. Quello è un tavolo che mi pare utile mantenere e rafforzare.

L’impostazione sull’editoria va capovolta: cosa serve di più ai cittadini? Servono più voci e più testate. Finora invece mi sembra si parlasse più che altro di cosa eliminare. Spero che il clima cambi. E credo che lo auspichi anche il presidente Conte.

Non solo una parte dei 5Stelle, anche Salvini ha avuto diversi scontri con la stampa.

Certamente. Ho desideri banali: vorrei che il nuovo governo accettasse le domande nelle conferenze stampa, che non ci fosse più l’elenco quotidiano dei giornalisti sgraditi, che non si maltrattassero i cronisti che fanno il proprio lavoro, una legge sul conflitto di interessi, le nuove convenzioni con le agenzie, norme serie per l’equo compenso… i problemi sono tanti e va riconosciuto che non sono stati affrontati neanche dai governi precedenti.

La Fnsi è disponibile a confrontarsi con tutti: Palazzo Chigi e i ministri del Lavoro e della Giustizia.

Il governo è dunque un interlocutore, ma lo sarà soprattutto il Parlamento, che ha richiesto una soluzione stabile anche per Radio radicale.

Non cambio opinione. Anche nel centrodestra ci sono stati parlamentari sensibili al tema dell’informazione e dell’articolo 21. Quindi spero che il governo interloquisca non solo con le parti sociali ma anche con l’intero arco politico e sociale. Spero che su un tema così delicato come il diritto all’informazione si possa procedere con maggioranze ampie e solide.

Le nostre proposte non cambiano a seconda del governo in carica.

Per essere ancora più chiaro: il problema del sindacato non è un soggetto o un altro. Il problema è complessivo: dai giornali diocesani a Radio Radicale, dal manifesto alle testate digitali, dai videomaker ai cronisti minacciati dalle mafie. Per noi il tema del lavoro giornalistico, a partire dagli ultimi, è la priorità.

Vorrei finalmente festeggiare la nascita di nuove voci, più giornali, più siti liberi, più giornalisti, meno minacce e più pensiero critico, e non preoccuparmi della chiusura di questa o quella testata.

Con un po’ di impegno da parte di tutti potremmo perfino recuperare qualche posizione nelle graduatorie internazionali sull’informazione.

Non posso non chiederti della Rai, che a ogni cambio di governo vive un terremoto…

Sulla Rai non occorre uno statista. Basterebbe prendere tre testi: il progetto fatto a suo tempo dal presidente Fico, quello dell’allora ministro Gentiloni e il progetto di iniziativa popolare sostenuto da Tana De Zulueta, il Fatto e il manifesto. Si potrebbe fare una riforma in due giorni, sono tre testi diversi ma tutti nelle corde di questa maggioranza.

Serve però la volontà politica: il problema non è il testo ma il contesto. Sono vent’anni che mi spiegano che non c’è mai il momento adatto per riformare la Rai. Su questo mantengo quindi qualche cautela e qualche riserva.

15 settembre 2019

L’Fnsi porta a Conte i nodi dell’editoria

articolo di Roberto Ciccarelli

In un incontro alla fiera del Levante a Bari ieri il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha espresso la disponibilità del governo ad affrontare la crisi dell’editoria. A questo lavorerà il neo-sottosegretario all’editoria Andrea Martella (Pd). La disponibilità è stata confermata in un incontro con il segretario della Federazione nazionale della stampa (Fnsi) Raffaele Lorusso che ha incontrato Conte e il ministro per gli affari regionali Francesco Boccia insieme al comitato di redazione della Gazzetta del Mezzogiorno, presenti anche il sindaco del capoluogo pugliese, Antonio Decaro, e il presidente della Regione Michele Emiliano.

SUL TAVOLO CI SONO i tagli al fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, la crisi dell’istituto previdenziale dei giornalisti Inpgi, il precariato nel lavoro giornalisti e la trasformazione del ruolo della stampa all’epoca delle piattaforme digitali. Nell’incontro barese il sindacato ha chiesto a Conte «un confronto serio e costruttivo all’insegna della discontinuità con quello che è stato fatto fino ad oggi. Dal nuovo esecutivo ci aspettiamo una nuova stagione all’insegna del confronto e della massima attenzione al settore e al lavoro giornalistico». Il fondo per l’editoria «va ripristinato e il taglio cancellato – ha detto Raffaele Lorusso a il manifesto – Già quel taglio, che hanno detto essere minimo, in realtà pone le premesse dell’azzeramento di tutto il fondo che obbligherebbe a un ridimensionamento o alla chiusura delle testate che esprimono il punto di vista di comunità, di aree culturali e politiche molto importanti per il pluralismo in questo Paese. Il taglio creerebbe inoltre una perdita di posti di lavoro assolutamente da evitare nella situazione generale in cui ci troviamo in Italia».

Per Lorusso «l’editoria in tutte le sue forme sta attraversando una fase di trasformazione radicale in tutto il mondo e oggi non si può prescindere dagli interventi dei governi a tutela dell’occupazione e per il suo sviluppo alla luce della rivoluzione digitale. L’importanza di questo passaggio di fase è molto rilevante ed esiste una consapevolezza generale e trasversale, come ha dimostrato la mobilitazione a difesa di Radio Radicale in questi mesi. In ogni caso va difesa la libertà di stampa».

LA PROSPETTIVA in cui muoversi è stata indicata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella che sul tema è intervenuto più volte anche nelle ultime settimane: «È la linea indicata dall’articolo 21 della Costituzione – aggiunge Lorusso – Lo stesso Conte lo ha ricordato nel discorso alla Camera quando ha detto che il pluralismo dell’informazione è essenziale per la tenuta della istituzioni democratiche».

Il comitato di redazione della Gazzetta del Mezzogiorno, quotidiano fondato 131 anni fa, ha presentato al premier Conte la situazione provocata dall’amministrazione straordinaria alla quale si è giunti dopo la confisca del patrimonio dell’editore Mario Ciancio Sanfilippo disposta dal tribunale di Catania. Una situazione che ha spinto anche a uno sciopero ad oltranza per le difficoltà gestionali provocate da questo difficile passaggio. Il piano industriale annunciato dall’attuale socio di minoranza, la società Denver che fa capo a Sorgente Group dell’imprenditore Mainetti che dovrebbe farsi carico della procedura di concordato preventivo avviato dagli amministratori giudiziari, rischia di creare esuberi con la conseguente riduzione dei posti di lavoro. Il comitato di redazione della Gazzetta ha chiesto l’intervento del governo per trovare una soluzione ed evitare questo esito.

3 ottobre 2019

«Pluralismo dell’editoria fondamentale, risorse nella manovra»

articolo di Massimo Franchi

Tira decisamente un’aria nuova nel mondo dell’editoria. Le prime uscite del nuovo sottosegretario Andrea Martella danno speranza ad un settore alle prese con una crisi spaventosa che ogni giorno – compreso ieri – registra chiusure e proteste con lo sciopero a La Stampa e a Radio24 e la proclamazione dello sciopero nazionale dei grafici editoriali per il 24 ottobre.
Dopo aver incontrato mercoledì i vertici della Federazione italiana editori giornali (Fieg) che gli hanno chiesto «interventi a sostegno del settore nella manovra di fine anno», ieri Martella ha partecipato a Roma al «Festival delle città» esplicitando il suo programma di lavoro.

la redazione del manifesto

«NELLE PROSSIME SETTIMANE in parlamento illustrerò un programma per l’editoria: la stampa svolge una funzione di servizio e di collante di una intera comunità, una funzione che è fondamentale e che va sostenuta, Non possiamo permetterci il fallimento di un settore come questo perché ne va del pluralismo», ha esordito. «Conto di instaurare subito un dialogo e un rapporto diverso con chi si occupa del settore», rimarcando la discontinuità con la negativa esperienza del suo predecessore Vito Crimi che si mise contro tutta la filiera del settore.

Martella annuncia «scelte e tangibili e concrete già nella prossima legge di bilancio: una informazione plurale in una società moderna e democratica è fondamentale per la formazione dell’opinione pubblica, il sussidio economico all’editoria non è uguale a quello per altri settori imprenditoriali in quanto è legato al concetto stesso di libertà di informazione e di democrazia». E sottolinea che «il finanziamento statale per il fondo sul pluralismo dovrà essere mantenuto: non possiamo permetterci il fallimento del mercato editoriale, perché sarebbe il fallimento della democrazia». Per Andrea Martella, «occorre prevedere forme di sostegno sia diretto che indiretto all’editoria, alla domanda, anche con incentivi fiscali per la pubblicità e per gli abbonamenti sia cartacei che digitali, per consentire al mondo editoriale di approntare le necessarie trasformazioni tecnologiche, puntando su una informazione di qualità e responsabile per il ruolo fondamentale di formare l’opinione pubblica». Per l’esponente del nuovo governo poi «il parlamento italiano deve recepire la direttiva Ue, per uno scenario di regole che vada a vantaggio di una stagione nuova per l’editoria e per il giornalismo», anche a proposito della lotta contro le fake news.

IL SOTTOSEGRETARIO alla editoria ricorda che in agenda Ue c’è la web tax e una parte del gettito potrebbe andare in favore dell’editoria». «Occorre anche vincere una battaglia culturale: non si può concepire un Paese in cui giornalisti vivano sotto scorta, minacciati o intimiditi«.
«Le edicole, insieme alle farmacie e agli uffici postali, sono un presidio del territorio – ha aggiunto Martella -. Occorre trovare forme nuove per modernizzare le edicole e in questo senso è stato importante l’accordo per permettere di garantire servizi anagrafici. Dobbiamo anche mantenere il credito d’imposta per gli esercenti che forse andrebbe rafforzato o fatto conoscere di più».

Le parole di Martella arrivano in una giornata piena di notizie che danno la cifra della crisi del settore. Ieri ha scioperato a Radio 24 tutto il personale non giornalistico: assistenti ai programmi, tecnici della messa in onda e altri collaboratori. Nel giorno del suo 20esimo compleanno, la Radio di proprietà del Sole24Ore (e dunque di Confindustria) si fermerà anche oggi perché la proprietà non ha risposto alle richieste dei lavoratori. le RSU dell’azienda hanno scritto in un comunicato di non aver mai visto un aumento in vent’anni. Il Cdr dei giornalisti ha espresso solidarietà ai colleghi in sciopero.

OGGI INVECE PARTE la due giorni di sciopero a La Stampa di Torino. I giornalisti protestano contro l’azienda che non ha rispettato l’accordo sottoscritto con il Comitato di redazione «nell’autunno 2018 che prevedeva un’assunzione ogni tre “uscite” dal giornale. Questo, nonostante reiterate richieste e la proposta di soluzioni alternative mirate comunque a salvaguardare l’accordo stesso e a garantire i livelli occupazionali». Il tutto «dopo un anno di sacrifici che rischiano di penalizzare la qualità dell’informazione».

INFINE LE SEGRETERIE NAZIONALI di Slc Cgil e Uilcom hanno proclamato 8 ore di sciopero per le lavoratrici e i lavoratori del settore grafico editoriale per venerdì 25 ottobre con presidi a Roma e Milano.Le ragioni dello sciopero risiedono nella contrarietà a soluzioni contrattuali che vedano parti economiche fisse della struttura salariale convertite in welfare; alle modifiche strutturali all’attuale sistema degli orari di lavoro senza la definizione dei corrispettivi trattamenti economici ed alla vigenza contrattuale non equilibrata con l’aumento economico proposto. «Il contratto nazionale, scaduto ormai a fine 2015, deve essere rinnovato in tempi brevi ed a condizioni dignitose», dichiara Giulia Guida, segretaria nazionale Slc Cgil.