Gli articoli del manifesto

Mano a mano che la campagna va avanti, raccoglieremo tutti i nostri articoli in questa pagina.

Buona lettura.

14 maggio 2019


il teaser su ilmanifesto.it

C’è un muro

Il muro cresce, nei luoghi più impensati e familiari. Ma chi rompe in amore, a scuola, a casa, al lavoro, non potrà mai essere ingabbiato.

Io rompo non è solo lo slogan della nuova campagna abbonamenti, è un vero e proprio stile di vita. E noi, modestamente, rompiamo. Dal 1969.

IL LANCIO DELLA CAMPAGNA IN EDICOLA IL 14 MAGGIO 2019

15 maggio 2019

Rompiamo il muro, abbonatevi tutti

editoriale di Norma Rangeri

Meno di tre anni fa, era il 15 luglio del 2016, tutti noi della Cooperativa il manifesto ricomprammo il giornale: fu un momento storico e emozionante, il coronamento di una battaglia durissima, di una lunga marcia di donne e di uomini che hanno sempre amato e difeso il loro lavoro.

Fu per noi un’impresa difficilissima che non si sarebbe realizzata senza il grande sostegno, e successo, della campagna di autofinanziamento. E pensavamo di essere riusciti a fare il miracolo di diventare, una volta per tutte, padroni della nostra storia, di aver messo al riparo il futuro del giornale e dei più giovani.

Ma avevamo fatto i conti senza l’oste, perché il nostro ottimismo, la nostra impresa, era già da tempo tra le vittime designate dei 5Stelle.

Al Movimento non piace la libera stampa, non piacciono i giornali in genere perché è nato e cresciuto usando il web. Passando dall’opposizione al governo, adesso i 5Stelle vogliono tagliarci le gambe, vogliono decidere loro, il governo, a chi distribuire i finanziamenti dell’editoria e a chi toglierli. Chi deve vivere e/o morire: come fanno i killer.

Durante la conferenza stampa di fine anno, il Presidente del Consiglio, Conte, passato da “avvocato del popolo” (auto definizione) a esperto timoniere governativo (definito così da qualche commentatore benevolo), rispondendo ad una precisa domanda del manifesto sul perché il suo governo volesse toglierci di mezzo, disse che nessuno voleva ostacolare la libera espressione della stampa.

E aggiunse che si sarebbe trovata una soluzione attorno a una tavolo di confronto, i famosi Stati dell’Editoria ai quali non siamo stati invitati, insieme ad altre testate, e che semmai servono a rafforzare l’idiosincrasia anti-stampa iscritta nel Dna dei pentastellati, sia di destra che di sinistra. E Conte non ha mantenuto l’impegno preso.

C’è un però, un ostacolo, al loro odio, alla loro antipatia: noi.

Come sa bene chi ci segue da decenni o da poco tempo, abbiamo sempre lottato durante questi 48 anni di esistenza del giornale. E non smetteremo di farlo adesso, anche se lo scontro è tra chi attacca con le cannonate e chi si difende con armi di carta.

Non ci lasceremo chiudere, romperemo il muro che vuole seppellirci buttando giù un mattone dopo l’altro, come è successo sempre grazie al contributo delle lettrici e dei lettori che hanno difeso il manifesto, un giornale di sinistra che ha un altro Dna: la democrazia, la libertà, i diritti, il lavoro, i valori fondanti della storia italiana.

Chi vuole eliminarci sa che si scontrerà con i nostri lettori. Che avranno a disposizione un serissimo gioco collettivo, Iorompo.it, una inedita testata online, la trincea da cui colpiremo e abbatteremo il muro del governo, con una campagna di crowdfounding che diventerà patrimonio di tutti.

Facendo tesoro della forza travolgente che certe volte le buone cause sono capaci di scatenare, andiamo verso uno scontro duro e il “gioco” sarà il cuore pulsante online che misurerà la pressione della nostra nuova avventura giornalistica.

Naturalmente l’invito e la speranza è di suscitare un’attiva e larga partecipazione di tutti, tre euro o mille non c’è problema: basta cliccare iorompo.it e buttare giù qualche mattoncino. D’altra parte il concetto, l’idea generale è semplice: quel che i 5Stelle ci tolgono con i tagli dobbiamo sostituirlo con la sottoscrizione per alzare un ponte, fatto di carta, di abbonamenti, di solidarietà, di partecipazione.

L’obiettivo è una valanga di adesioni per arrivare a un milione e 200mila euro in un anno.

Ogni volta che lanciamo una campagna di sostegno, ci chiediamo se ce la faremo. Pur non avendo alle spalle editori di peso, che spendono una valanga di euro per tentare di rinnovarsi, l’esperienza passata ci dice di sì.

Ma la metà delle carte del mazzo l’avete in mano tutti voi che ci leggete, e anche quelli che non lo fanno e però sono convinti che cancellare un voce democratica sarebbe un serio danno per la stessa democrazia.

Soprattutto se ad uscire dalle edicole fosse un giornale come il manifesto, foglio di storia e di attualità della sinistra in un momento di massima difficoltà proprio della sinistra. Sarebbe una mazzata per il pluralismo delle idee, per una informazione diversa, autonoma, libera, imprevedibile, anticonformista.

Non possiamo fermare la crisi della carta stampata, probabilmente irreversibile come dicono i numeri. Tuttavia possiamo provare ad arginarla combattendo la nostra battaglia di libertà, con una campagna che andrà avanti fino a quando non saremo riusciti a demolire gli ostacoli che questo governo, illiberale e xenofobo, sta alzando contro di noi.

Certo, anche Avvenire, Radio Radicale, e altre piccole testate sono nel mirino di palazzo Chigi. Ma noi siamo l’unico quotidiano di sinistra preso di mira.

“C’è chi i muri li fa e chi li rompe. Noi Rompiamo” è la bandiera con cui affrontiamo anche quest’impresa, rompete e abbonatevi, abbonatevi e rompete. In questo caso, senza più finanziamento dell’editoria, gli abbonamenti diventano le fondamenta dell’impresa stessa. Vogliamo continuare a costruire un giornalismo di qualità, condiviso, accessibile a tutti perché bene comune e perché un quotidiano indipendente è necessario come l’aria che respiriamo.

I muri sono molti, in Italia e nel mondo, e ciascuno di noi, di voi, ne ha uno che vorrebbe buttare giù. Ma forse il più pericoloso, il più difficile da smantellare è quello dell’ignoranza, come questa stessa campagna elettorale dimostra, misurandone ogni giorno la profondità.

Alle prossime elezioni gli elettori cercheranno la sinistra, una scelta non facile, peseranno sul voto molte esigenze concrete più che molte speranze.

Ma tra tutti i luoghi, le forze, i partiti in cui la cercheranno ce n’è uno, il nostro giornale, da condividere, un giornale che di tutto questo mondo, confuso e sparpagliato, sappia rappresentare le idee, i percorsi e le conquiste.

NOI ROMPIAMO – FOTO DI ATTILIO CRISTINI

15 maggio 2019

Rompere non è mai stato così bello

articolo di Matteo Bartocci

Una prima pagina e una homepage completamente «murate». Ieri abbiamo voluto far provare a lettori e sostenitori come ci sentiamo. Qualcuno in rete si è preoccupato per le sorti del giornale, la maggior parte ha capito: quel muro ci fa sentire lontani dalle persone che ci stanno a cuore, separati da ciò che conta davvero, chiusi dietro a una barriera altissima di disinformazione, odio, approssimazione, mancanza di idee e di autenticità.

Barriere sempre più alte (sfiducia, costi) separano ciascuno di noi dal libero accesso a una vera informazione di qualità.

Quando qualche mese fa abbiamo iniziato a sviluppare questa lunga campagna siamo partiti proprio da qui: c’è un muro che cresce, nei luoghi più impensati e familiari. Ma c’è chi i muri li fa e chi li rompe. E chi rompe in amore, a scuola, a casa, al lavoro, in politica, nell’arte, non potrà mai essere ingabbiato.

«Io rompo» perciò non è solo l’indirizzo web e lo slogan della nuova campagna abbonamenti, è un vero e proprio stile di vita.

A partire da oggi, su iorompo.it troverete un gioco, una campagna abbonamenti e un crowdfunding per un nuovo modello di giornalismo indipendente. Tre obiettivi in un colpo solo: dare a tutti la possibilità di leggere un’informazione critica, indipendente e di qualità.

L’obiettivo è ambizioso: 1.200.000 euro in nuovi (nuovi!) abbonamenti digitali da sottoscrivere con un gioco che punta ad abbattere un muro virtuale da 400.000 mattoni che ci separano dalla sostenibilità del giornale.

Il cuore (esplosivo) di questa campagna è un piccolo videogame con diversi «strumenti» tra cui scegliere, da 3 a 3.333 euro. Facciamoli saltare in aria questi mattoni!

Se entro la fine dell’anno saremo riusciti ad abbatterli tutti, nel corso del 2020 lanceremo un nuovo manifesto digitale gratuito e aperto a tutti, non solo agli abbonati.

Chi rompe i mattoni, infatti, non sarà solo un abbonato al manifesto digitale (che c’è già) ma getterà le basi per quello del futuro, diventando un «patrono» dell’informazione bene comune.

Nel momento in cui il governo decide che l’informazione deve stare solo sul mercato, voi siete l’unico «mercato» che possiamo accettare.

Con questa campagna vogliamo coinvolgere la nostra storica comunità di sostenitori e i nuovi lettori in un’esperienza che li vede attivi in prima persona. Iorompo.it infatti sarà anche uno spazio pubblico per condividere le vostre preoccupazioni e le vostre speranze. Una strana sala-giochi dove fissare bersagli e condividere battaglie.

Dietro l’idea ludica c’è una riflessione approfondita sullo stato critico del giornalismo e della carta stampata. La pubblicità su carta non rende più come una volta (e a noi ha sempre portato poco) e su web i ricavi (con la vostra identità digitale) vanno tutti a Google e Facebook.

Mentre le edicole cadono come mosche, il tempo di attenzione di ciascuno di noi è frammentato su mille schermi, funzioni, app. Oggi tutti gli editori cercano di raccogliere abbonamenti tra i propri lettori, facendo capire (piano, piano) che il giornalismo gratis non esiste. Che sono i lettori a decidere la vita e la morte di una testata.

Ma anche questo è un mercato truccato, dove il banco dei pochi grandi editori prende tutto.

Perciò scommettiamo su una strada diversa. Più rischiosa e più onesta: anche l’idea di abbonamento come proprietà privata dell’informazione (come prodotto o servizio che si acquista) è obsoleta. Le testate giornalistiche, come la cultura, l’arte, tutto ciò che è bello e cambia il presente, devono essere sostenute non solo da chi è abbonato ma anche dai «patroni».

I «patroni» del «manifesto» sono una comunità di persone che crede in un giornalismo indipendente e professionale, accessibile a tutti e attivo tutti i giorni e in tutti i campi, dal locale al globale. Persone che hanno a cuore le sfide che attraversano il mondo e comprendono il valore dell’informazione critica con il potere politico ed economico.

Essere un «patrono» significa, soprattutto, scommettere sulla libertà della rete e sulla circolarità dell’informazione, contro gli algoritmi proprietari e il commercio su scala mondiale dei dati personali di miliardi di persone.

I «patroni» sostengono il manifesto perché sanno che non ha padroni, è autogestito da chi ci lavora e persegue la massima integrità in ciò che scrive e in ciò che è realmente al proprio interno.

Sembra impossibile e per riuscirci dobbiamo rompere. Ma tanto.

IL LANCIO DELLA CAMPAGNA IN REDAZIONE – FOTO DI COSTANZA FRAIA

15 maggio 2019

La corsa ad ostacoli dell’informazione digitale

articolo di Shendi Veli

Apparentemente informarsi non è mai stato così semplice ed economico. Basta uno smartphone e una connessione Internet, due condizioni che oggi in Italia vengono soddisfatte da circa 50 milioni di persone. Eppure il giornalismo vive uno dei momenti più critici della sua storia. Il fenomeno non è solo italiano, parliamo di un trend globale.

Secondo uno studio pubblicato dal Wall Street Journal la metà dei quotidiani degli Stati Uniti cesserà di esistere entro il 2021. Gli unici a sopravvivere saranno quelli più avanti nella corsa al digitale. Ma c’è un ombra che incombe su questa conversione all’online: se non si può più contare sulle copie cartacee vendute, come si sostengono i costi del giornalismo? Le opzioni in gioco si contano sulle dita di una mano.

La prima, e al momento più diffusa, è la rendita delle le inserzioni pubblicitarie. I dati più recenti sull’online advertising tuttavia non promettono un futuro roseo. Secondo quanto riportato da Data Media Hub sulla base delle stime Nielsen, gli investimenti pubblicitari sui media (offline e online) degli ultimi 10 anni sono calate del 22,4%. E se la pubblicità su internet complessivamente cresce, i soldi vengono sempre più indirizzati sulle piattaforme social e sui motori di ricerca, che avendo in mano tutti i dati sui consumatori digitali riescono a garantire una migliore precisione ed efficacia dei messaggi.

Il sistema di guadagno tramite inserzioni on line inoltre acquista una certa rilevanza economica solo per le pagine web che possono offrire milioni di view, un meccanismo che ormai da anni orienta le scelte editoriali verso le notizie più «scandalose» o «sensazionali». Per chi fa approfondimento e giornalismo critico questa strada risulta quindi doppiamente sbarrata.

Il secondo modello di finanziamento invece è quello che fa affidamento sulle sovvenzioni statali. L’attuale governo ha stabilito la progressiva chiusura del Fondo per l’editoria di cui beneficia anche il manifesto, fino a farlo sparire del tutto dal 2022. Tra poco più di due anni quindi, anche la via dei contributi statali sarà impossibile da percorrere per i media italiani, nonostante il diritto all’informazione plurale sia chiaramente sancito dalla Costituzione.

Il terzo modoper tenere in vita l’informazione online, infine, è quello di farla leggere solo a chi paga. Il rapporto del Reuters Institute del 2019 indica chiaramente che il ricorso a paywall e abbonamenti è già molto diffuso tra i principali media di tutto il mondo e vedrà un progressivo incremento nei prossimi anni. Attualmente, tra le 212 testate più importanti di sette paesi, tra cui l’Italia, il 47% si serve di barriere economiche ai contenuti online, un dato che sale al 69% nel caso dei quotidiani.

Sembra che l’informazione digitale, pur partendo dalla promessa di aprire ai lettori una prateria sconfinata di dati accessibili e attendibili sui quali costruire un pensiero critico, rischi di trasformarsi in un bene di consumo, limitato a chi vuole, e soprattutto può, permetterselo. L’alternativa che resta è quella del contributo volontario da parte dei lettori che fanno la scelta etica di difendere il diritto all’informazione. In ogni caso interrogarsi sui modelli di finanziamento del giornalismo indipendente diventa più necessario che mai. Come diventa un dovere accrescere la consapevolezza della funzione vitale che la stampa libera ha per la democrazia.

21 maggio 2019

Il manifesto nella «top ten» dei giornali digitali più venduti

articolo di Matteo Bartocci

Piano piano il muro di 400.000 mattoncini inizia a vacillare. Risolto qualche inevitabile piccolo problema tecnico iniziale, i mattoni iniziano a volare copiosi, come gli abbonamenti. La campagna partita il 15 maggio sarà una lunga maratona e sarete voi lettori, vicini e meno vicini, a decidere il traguardo finale.

Qui al manifesto ci siamo messi davvero in gioco.

Gli ultimi dati di vendita diffusi da Prima comunicazione relativi all’Ads di marzo, ad esempio, ci vedono al decimo posto per vendite digitali “vere”, al netto degli sconti (2.570 copie al giorno) subito sotto al Messaggero.Dati Ads vendite digitali marzo 2019 prezzo uguale o superiore al 30% dell'edicola

Dati Ads vendite digitali marzo 2019 prezzo uguale o superiore al 30% dell’edicola

E questo molto prima della campagna, iniziata appunto a metà maggio. Ma dobbiamo sognare in grande, vogliamo il manifesto nella «top five» se non delle edicole vere (purtroppo servirebbero più di 60mila copie al giorno) almeno in quelle digitali.

Bisogna lavorare duramente per riuscirci ma se riusciremo ad abbattere questo odioso muro, allora costruiremo nel corso del 2020 un giornale on line universale e accessibile a tutti grazie all’impegno dei patroni che hanno partecipato a questa campagna.

Siete voi i capitani di questo vascello, ciascuno di voi può decidere la nostra rotta.

Abbiamo la possibilità di dare una sonora lezione ai pentaleghisti di governo che hanno abolito il fondo per il pluralismo e sperano che il «mercato» faccia il lavoro sporco da solo.

E allora portiamo il manifesto in cima al cosiddetto «mercato» e rimarranno tutti a bocca aperta. Contro chi vuole toglierci la voce non basta alzarla (come si propone Repubblica). Bisogna rompere, e tanto!

Stiamo coinvolgendo artisti, intellettuali, compagni e amici che in modo disinteressato vogliono contribuire al successo di questa campagna.

L’ex sindaco Domenico Lucano ha voluto essere tra i primi a «rompere», aderendo subito alla nuova campagna abbonamenti.

Nel frattempo parte oggi nelle commissioni riunite di camera e senato l’esame degli emendamenti al decreto crescita per la moratoria dei tagli a Radio Radicale (emendamento della Lega) e i quotidiani in cooperativa e non profit (emendamento Pd-Si). Seguiremo con molta attenzione l’iter parlamentare sperando in un sussulto di coscienza della maggioranza.

Non ci sentiamo soli, anche se la fatica di remare in direzione ostinata e contraria è sempre tanta.

Cinquant’anni fa iniziava la storia del manifesto. Vogliamo essere all’altezza del passato e conquistare il futuro. Perciò rompete, diventate patroni, abbonatevi, passate parola a voce o sui social.

Per qualsiasi domanda potete scrivere a [email protected].

28 maggio 2019

Lunga vita a chi rompe

articolo di Mariangela Mianiti

Ah, quanti multiformi usi possiede il verbo rompere.

Rompere le scatole. Rompete gli schemi. Rompiamo i muri. Si sono rotte le barriere. Io rompo.
Rompere la faccia. Si ruppe la schiena. Ha le mani rotte. Gli ha rotto le ossa. Si è rotto il grugno. Rompersi il muso. Hanno rotto gli zebedei. Io rompo.
Mi sono rotto. Hai rotto. Quando smetti di rompere? Se non la pianti ti rompo.Io rompo.

È una rottura. È rottura. E fu rottura. Chi rompe paga. Mamma sei una rompi. Abbiamo rotto. La rottura è irreparabile. Rottamazione. Io rompo.
Rompere il ghiaccio. Si è rotta la compattezza. Si ruppe la continuità. L’atmosfera si è rotta. Si è rotto un idillio. Io rompo.
A rotta di collo. Si è rotto l’osso del collo. Rompere il terreno. Rompigambe. Rompicapo. Io rompo.
Rompere le uova nel paniere. Si è rotto in mille pezzi. Rompere i timpani. Ha rotto i freni. Si è rotto il patto. Io rompo.

Ha rotto ogni ritegno. Ha rotto gli argini. Ha rotto le dighe. Hanno rotto la pace. Rompere l’onda. Ruppe la folla. Rompete le righe. Io rompo.
Si è rotto il silenzio. Si ruppe l’incanto. Rompere la monotonia. Ha rotto il passo. Si è rotto tutto. Si è rotto un tubo. Io rompo.
Rompere l’atmosfera. Rompere in lacrime. Rompiballe. Rompìbile. E’ un rompicapo. Io rompo.
A rompicollo. Rompighiaccio. Rompifiamma. Rompitore. Rompimento. Rompigetto. Rompiappretto. Io rompo.
Rompimuro. Rompiossa. Rompipietre. Rompirèste. Rompitura. Rottura. Rompitasche. Che rompimento. Io rompo.

Mi ha rotto l’anima. Rompere le catene. Erompere. Prorompere. Rompere in mare. Rompere in chiglia. Ha rotto la calca. Rompere l’amicizia. Io rompo.
Ma quanto rompi. Ha rotto assai. E io rompo.
Io ruppi, tu rompesti, egli ruppe, noi rompemmo, voi rompeste, essi ruppero.
E che, rompi? Adesso rompo! Basta rompere! Che rottura!
Rompiamo? Rompiamo! Rompicoglioni. Io rompo.

Rompe là da ponente. Rompere in lacrime. Parole che rompono dal cuore, scrisse Leopardi. Allora non rompo.
Rompere la corda. Me ne ha già rotto bastantemente la testa (Alessandro Manzoni). Rompere gli stivali. Rompere il guscio. Io rompo.
Rompere le catene. Rompere gli ormeggi. L’orologio si è rotto. Io rompo.
Rompere i rapporti. Rompere un patto. Rompere l’alleanza. Io rompo.

Rompere il vento. Rompere la calca. Rompere l’accerchiamento. Rompere l’assedio. Rompere il fronte. Rompete le linee nemiche. Io rompo.
Rompere la dieta. Rompere il digiuno. Rompere il silenzio. Rompere gli indugi. Rompere l’incantesimo. Io rompo.
Amore ruppe tutti i miei spiriti a fuggire (Guido Cavalcanti).
Io rompo. Rompiamo. Rompete, chè ne abbiamo tutti bisogno.

30 maggio 2019

Guai a mostrare le magliette del manifesto: subito requisite

Articolo di Redazione

«Magliette sovversive». Ieri mattina alla facoltà di Economia della Sapienza è bastato tirare fuori le t-shirt nere e arancioni «io rompo.it» del manifesto per provocare la reazione dei solerti agenti di scorta del presidente dell’Inps e del presidente della Camera.Pasquale Tridico e Roberto Fico hanno più volte pubblicamente sostenuto di essere lettori del nostro giornale.

Volevamo dunque fare loro dono delle nostre magliette e magari immortalare la scena.

Niente da fare: appena abbiamo cercato di proporre la cosa al presidente dell’Inps siamo stati sollevati a forza e portati fuori dall’aula magna per essere identificati nonostante avessimo mostrato il tesserino che certificava la nostra iscrizione all’ordine dei giornalista.

Le magliette «io rompo.it» sono state immediatamente «requisite». Figurarsi se ci avessimo provato con il presidente della camera: l’arresto era probabile.

Peccato perché siamo sicuri che entrambi ancora ci leggano senza farlo sapere al loro compagno (pardon, collega) di partito il sottosegretario Vito Crimi che invece ci vuole uccidere. E che condividono la nostra battaglia per rompere il muro che vuole bloccare (sempre tramite Crimi) la libera informazione fuori dal coro.

Per fortuna il curatore del Rapporto sullo Stato Sociale che ha richiamato cotanto parterre alla Sapienza, il professor Felice Roberto Pizzuti, la maglietta l’ha messa e si è fatto fotografare. Anche lui rompe.
(P.s. Se Tridico e Fico vogliono le magliette… a fine mattinata la polizia ce le ha restituite)

La vignetta di Mauro Biani

14 giugno 2019

Il duro muro della realtà

editoriale di Norma Rangeri

L’accanimento dei 5Stelle contro le imprese editoriali in cooperativa o non profit, e contro Radio radicale, è esibito senza imbarazzi e senza ritegno dal capo politico Di Maio, seguito da tutti gli stati maggiori e minori pentastellati.

Sempre pronti al compromesso su ogni partita politica dell’agenda leghista, ma inflessibili quando si tratta di informazione e di giornali, perché allora attaccano a testa bassa l’alleato di governo. Come è accaduto ieri dopo il voto leghista a favore di Radio radicale, «gravissimo» secondo il vicepresidente Di Maio che ha gonfiato il petto: «Ne risponderanno».

Proprio i 5Stelle, quelli della Costituzione più bella del mondo quando dall’altra parte della barricata c’era Renzi, diventano negazionisti militanti di un diritto costituzionalmente garantito, vittime di un furore ideologico per il libero mercato dell’informazione, pari solo alla profonda e congenita arretratezza culturale del paese dell’uomo qualunque.

Una mentalità, certamente intrisa di conflitti di interesse (per la comunicazione dipendono da un imprenditore privato e da mamma Rai), ma soprattutto forgiata nell’impasto autoritario del vecchio guru, capace di costruire il movimento con l’alto insegnamento del vaffa day contro i giornali. Grillo, Di Maio e company non sanno che farsene della carta stampata, andare in edicola è una vecchia usanza che non capiscono.

Anzi, se tutto il settore soffre di una crisi da malato terminale, se siamo un paese avvelenato da potentati e concentrazioni editoriali, se la società ha un tasso di analfabetismo spaventoso, loro sono tranquilli, indifferenti. Li avete mai sentiti parlare di un libro, anche per sbaglio, in televisione?

Siamo contenti che alla fine, con l’accordo trasversale di tutti i gruppi parlamentari, Radio radicale sia riuscita a tirare un sospiro di sollievo.

L’emendamento approvato ieri mattina le garantisce i fondi per andare avanti.

Ma quello stesso emendamento ha invece escluso i giornali e tra quelli nazionali noi siamo il boccone prelibato. Poco importa se il bavaglio costerà migliaia di posti di lavoro in tutta le filiera della carta stampata.

Tra l’altro senza neanche risparmiare un euro visto che il Fondo per il pluralismo resta ma a disposizione del governo che distribuirà i finanziamenti pubblici a chi decide lui esserne meritevole.

Se non fosse purtroppo drammatico, sarebbe persino ridicolo che una cooperativa di giornalisti e tipografi come il manifesto, un gruppo di lavoro con stipendi da minimo contrattuale per tutti, con circa due terzi del suo bilancio dovuto (a proposito di mercato) alle vendite e alla (poca ) pubblicità, sia oggi la vittima designata della non più invincibile armata pentastellata.

Sì perché alla fine della giostra, se Radio radicale ha trovato il sostegno della destra e della sinistra, se Avvenire non ha mai davvero corso il rischio di ridimensionamento o chiusura per la minore incidenza del Fondo sul suo bilancio, a rimetterci le penne saranno testate locali e, appunto, il manifesto.

L’unica nostra arma è dunque rompere questo isolamento mobilitando i nostri lettori nella campagna iorompo.it, una battaglia da cui usciremo vivi o morti, come quella che ci portò all’acquisto della testata, ormai tre anni fa, riscattata dalla salatissima liquidazione, con i nostri e i vostri sacrifici.

Così oggi: o riusciremo a mettere nella nostra cassetta di sicurezza 1 milione e 200 mila euro (quel che il governo ci taglierà entro l’anno), o non potremo fare miracoli.

Di questo chi va in edicola o si abbona al giornale deve essere consapevole, fino in fondo.

Invece mi capita di scoprire sorpresa e meraviglia quando, in pubblici incontri o private conversazioni, faccio presente il quanto e il quando del nostro traballante futuro prossimo.

In un certo senso capisco e lo stupore è persino confortante. Come se la fine del giornale, di questo giornale sempre in edicola ogni giorno da 48 anni, non potesse neppure essere messa nel conto.

Nessuno è mai riuscito a tapparci la bocca, perché ora invece sì?

Cercheremo di spiegarlo ogni giorno, migliorando la nostra campagna perché se tra i lettori, gli amici i compagni c’è ancora chi non lo ha capito, questo vuol dire solo una cosa: non abbiamo spiegato abbastanza, non abbiamo rotto il muro della dura realtà.

Naturalmente per comunicare la campagna, per arrivare anche a chi non ci legge ma alla libertà di informazione ci tiene, occorrono investimenti pubblicitari, on line e off line. Noi non abbiamo grandi mezzi e nemmeno forti lobby. Oltretutto a sinistra del Pd non c’è mai stata una spiccata sensibilità per il tema dell’informazione (spesso confusa con la partecipazione ai talk-show).

Da ogni punto di vista una strada in salita, ma hic rhodus, hic salta.

28 giugno 2019

I “biscotti” avvelenati della rete

articolo di Matteo Bartocci

Facciamo un esperimento.

Immaginate di uscire di casa e di avere alle spalle ogni volta una ventina di tizi mascherati che vi seguono ovunque e prendono nota di tutto quello che fate, di quali vetrine guardate e per quanto tempo, del tragitto che fate.

Immaginate di indossare un paio di occhiali che trasmettono in tempo reale a una società sconosciuta delle isole Vergini tutto quello che vedete, fate o scrivete.

Immaginate che tutti i vostri messaggini e telefonate siano catalogati da un tizio irlandese che può dire a chiunque con chi avete parlato e per quanto tempo. Magari pure cosa vi siete detti.

Immaginate che tutte le vostre foto siano raccolte in faldoni infiniti da funzionari del Nevada. E che davanti casa vostra ci sia un vigile gentilissimo, che vi dà ogni informazione che vi serve ogni volta che vi serve. Peccato che scriva su un quaderno il dettaglio di ogni vostra domanda.

Immaginate di vedere in ufficio un tabellone con le vostre date di ovulazione, i km che avete fatto a piedi o tutte le cose che avete comprato nell’ultimo mese.

Immaginate di avere in salotto una simpatica signora yankee che ascolta tutto quello che dite, la musica che sentite o i film che guardate e ne prende nota diligentemente.

Tutte queste situazioni, se pensate nella vita reale, terrena, sarebbero intollerabili. Neanche nella peggiore delle dittature accetteremmo di vivere così, braccati e registrati 24 ore su 24.

Su Internet, invece, questa è la pura normalità. Funziona esattamente così.

LA GUERRA MONDIALE PER I DATI

Ciascuno di noi navigando sul Web accetta di trasmettere e far archiviare in tempo reale a società sconosciute tutto quello che fa.

Accetta di scaricare sul proprio computer piccoli pezzetti di codice («cookie» o altro) che registrano tutto quello che facciamo e che vediamo. Che interpretano i nostri desideri e problemi e li mettono in relazione con quelli di miliardi di altre persone osservate anche loro h24.

In questo modo Internet da universo di libertà si sta trasformando in una distopia dove la videosorveglianza è la normalità e la riservatezza la peggiore delle trasgressioni.

Le piattaforme stanno costruendo uno zoo da cui è impossibile uscire. E gli animali siamo noi.

Internet da universo di libertà si sta trasformando in una distopia dove la videosorveglianza è la normalità e la riservatezza la peggiore delle trasgressioni

E adesso veniamo al punto.

Non ce ne accorgiamo ma la prima guerra mondiale per il controllo delle nostre identità digitali è in atto. I nostri alter ego in Rete combattono notte e giorno una battaglia che da soli non possono vincere.

Non è Matrix o una puntata di Black Mirror. È il mondo in cui viviamo. La Rete non vuole la nostra fuga.

Anzi, novella Biancaneve, si traveste da matrigna benevola che moltiplica i nostri sogni e le nostre conoscenze. Ma raramente ci presenta il conto. È come un amico che al ristorante paga sempre lui.

È UN MERCATO TRUCCATO

Big data e privacy sono i temi di questo secolo. Lo sappiamo tutti: cerchiamo una vacanza in Sardegna su Google e tre secondi dopo su qualsiasi sito web italiano o straniero vediamo una pubblicità di traghetti per l’isola o il resort tal dei tali.

Ma questo mercimonio delle nostre identità digitali è davvero utile? Serve veramente a finanziare le attività in Rete? La pubblicità on line salva l’informazione indipendente da aziende o governi?

Barlumi di coscienza si fanno avanti. Il primo studio scientifico sull’efficacia dei cosiddetti «cookie di profilazione» (per i quali diamo o non diamo il consenso nel 99% dei siti internet europei) dimostra che sono una grande bufala. Forse la bufala più grande della storia della comunicazione.

Secondo una ricerca congiunta dell’università del Minnesota, dell’università della California e della Carnegie Mellon University, i siti di informazione che ospitano pubblicità profilata guadagnano solo il 4% in più di quelli che ospitano pubblicità generica senza «cookie» specifici.

Questo studio, per la prima volta, è riuscito a tracciare milioni di transazioni pubblicitarie di una grande azienda americana per una settimana. E ha dimostrato, in breve, che gli editori vendono al «mercato» i propri lettori per un pugno di mosche.

E mentre i fatturati della pubblicità on line crescono a due cifre, le aziende pagano anche il triplo (268%) per avere un annuncio sul Web mirato e non generico.

Ma chi ci guadagna da questo sistema? A chi vanno i soldi degli inserzionisti?

Nel 2018 (dati eMarketer) il 58% dell’intero mercato pubblicitario digitale americano è in mano a due sole aziende: Google e Facebook (se aggiungessimo anche Amazon il dato esploderebbe). Mentre negli ultimi tre anni i ricavi pubblicitari digitali degli editori sono diminuiti mediamente del 40% (dati Econsultancy) e i tagli alle redazioni e al prodotto giornalistico sono stati draconiani in tutto l’Occidente.

Chi ci guadagna dunque sono gli intermediari e le agenzie pubblicitarie, che per gli annunci «personalizzati» si prendono fino al 60% degli investimenti delle aziende (dati della società Warc citati dal Wall Street Journal).

«Il valore commerciale della profilazione pubblicitaria dei lettori è stato completamente sovrastimato fin dalla sua invenzione»Michael Zimbalist

Il mercato pubblicitario digitale insomma è un gigante bulimico, opaco e bizzarro, dove i primi e gli ultimi della catena (siti web e lettori) perdono tutto senza guadagnarci nulla. Dove le aziende per comparire spendono sempre di più (con un’efficienza tutta da dimostrare) e dove due colossi lasciano briciole a centinaia di aziendine che si prendono i nostri dati e li vendono per pochi spiccioli al primo che capita.

Secondo Michael Zimbalist, responsabile dell’innovazione del Philadelphia Media Network (un ex del New York Times), «il valore commerciale della profilazione pubblicitaria dei lettori è stato completamente sovrastimato fin dalla sua invenzione». Una bufala insomma.

COME RESISTERE

Resistere a tutto questo non è impossibile ma è molto difficile.

Dopo il regolamento europeo GDPR sui dati personali, la California ha fatto una propria legge sulla privacy e ora la palla passa al governo federale americano, che non può ipotizzare 50 leggi diverse in tutti gli stati. La Silicon Valley trema. Per la prima volta è in una posizione di apparente debolezza.

Ma questo dibattito non può rimanere tra gli addetti ai lavori o affidato ai politici (spesso compromessi l’uno con l’altro).

Là fuori per i nostri alter ego digitali la guerra è reale. E aiutarli a liberarsi tocca a noi.

Ci sono degli antidoti, piccoli trucchi, accortezze, squallidi sotterfugi e buchi nel sistema.

Ma richiedono impegno.

Ciascuno di noi, singolarmente, può scaricare software che impediscono il tracciamento on line, usare diversi motori di ricerca e browser diversi su diversi dispositivi, spegnere gli assistenti vocali e diminuire il più possibile la geolocalizzazione dei telefoni.

Possiamo dire «no» in ogni form e “quadratino” ogni volta che è possibile. Non usare app e programmi inaffidabili. Ma non possiamo svuotare il mare con tanti cucchiaini. Abbiamo il dovere di cambiare il sistema.

LA SCELTA DEL MANIFESTO

Noi su ilmanifesto.it abbiamo fatto scelte molto precise. E molto costose.

Per esempio non c’è la pubblicità. Né profilata né generica. Nulla in contrario in via generale ma finché la pubblicità on line sarà questa, preferiamo mettere al riparo noi e i nostri lettori da tracciamenti e profilazioni non necessari e che non fanno «guadagnare» né noi né loro.

Sul sito del manifesto ci siete solo voi e i nostri articoli.

Nessuno vi spia e cataloga quello che leggete per quanto tempo.

Il sito è stato tra i primi in Italia, più di cinque anni fa, a essere criptato quasi come quello di una banca, in modo che nel transito tra il vostro computer e i nostri server nessuno possa intromettersi facilmente.

La vostra privacy per noi è talmente importante che non abbiamo nemmeno messo le icone di condivisione di Facebook o twitter ma dei pulsanti bianchi quasi invisibili.

Anche le icone dei social vi tracciano: che siate iscritti a Facebook o no, Facebook sa che avete visitato quella pagina.

Sul sito del manifesto ci siete solo voi e i nostri articoli

Tutti i nostri server sono fisicamente nell’Unione europea in modo da essere protetti secondo le nostre leggi e, per scrupolo in caso di Brexit, anche quelli in Inghilterra sono stati spostati da tempo all’interno dell’Ue.

Più di 260mila persone si sono registrate sul nostro sito per poterci leggere gratuitamente fino alla soglia del paywall (8 articoli gratis al mese più gli editoriali sempre gratis).

Di voi conosciamo il minor numero di dati possibile (solo quelli necessari per legge o per potervi fornire l’abbonamento) e sfidiamo uno solo degli iscritti a dire pubblicamente se ha mai ricevuto una mail di spam o superflua da parte nostra.

Nessuno di voi è profilato.

Semplicemente, c’è un contatore del numero di articoli (ma non sappiamo quali né per quanto tempo).

Del nostro sito in breve puoi fidarti non solo per la qualità del nostro giornalismo ma anche per come cerchiamo di offrirtelo.

Lo stesso vale per la campagna su iorompo.it, che è collegata al sito principale e per questo può mostrarvi alcuni passaggi burocratici fastidiosi prima di giocare e abbonarvi. Ma servono proprio per rispettare la vostra privacy e trattare i dati in modo scrupoloso.

Senza pubblicità e senza profilazione, le nostre possibilità di marketing e i nostri ricavi digitali si riducono a quello che voi siete disposti a dirci e a pagare.

Ci siamo volontariamente legati le mani da soli per metterci solo nelle vostre mani

Ci siamo volontariamente legati le mani da soli per metterci solo nelle vostre mani. Per esempio, non possiamo fare una campagna abbonamenti mirata ai navigatori più fedeli, ai più giovani, a chi è interessato a un argomento piuttosto che a un altro. O meglio, possiamo farlo all’antica, senza usare milioni di informazioni e tracciarvi in ogni dove.

Possiamo farle se vi fidate di noi, se ci raccontate cosa vorreste, se siamo bravi a capirlo anche quando non ce lo dite.

Intendiamoci bene: non tutti i «cookie» vengono per nuocere. Sul nostro sito ci sono dei «cookie», spesso di terze parti. Ma sono sempre tecnici e anonimi. Vi aiutano a memorizzare la password senza doverla ridigitare. Ci aiutano a contarvi e a sapere quanti siete (non chi siete però).

Vi forniscono le font digitali (i caratteri) che abbiamo scelto e non quelle generiche. Ci aiutano a gestire i form con le vostre richieste, i vostri commenti, i vostri pagamenti, le email automatiche (quelle di benvenuto, di recupero password, di scadenza dell’abbonamento, etc.). Sono insomma strumenti di funzionamento, non strumenti commerciali.

Questo modello di giornalismo dipende solo da voi

Il manifesto digitale in definitiva dipende solo da voi. Di più: questo modello di giornalismo dipende solo da voi.

Abbiamo deciso di rompere con un certo tipo di informazione. E vogliamo rompere ancora di più. Con la campagna #iorompo vogliamo dimostrare che la guerra per il controllo della Rete può essere vinta.

Quel muro del controllo permanente, delle opacità, delle false notizie, di numeri sempre più grandi che non significano nulla può essere abbattuto.

Ma ci servono alleati. E ne servono tanti. Il biglietto per la libertà costa un milione e duecentomila euro.

È un conto che va pagato, se non vogliamo che qualcun’altro lo paghi per noi.

1 luglio 2019

Il nostro striscione su Salvini e il conformismo di Via Bargoni

articolo di Norma Rangeri

Ha sventolato tranquillo dal nostro terrazzo per una settimana poi, ieri, la OcsImmobiliare di via Bargoni 8 ci ha chiesto di «rimuovere lo striscione affisso sulla facciata del palazzo perché non è autorizzato dalla proprietà, ha dimensioni troppo vistose, viola l’estetica del palazzo e denota un messaggio offensivo».

Su telo bianco avevamo dipinto con vernice nera un faccione barbuto simil salviniano, con due righe cubitali: «lui rompe», «iorompo.it», e naturalmente la testata il manifesto come firma.

Effettivamente lo striscione si faceva vedere anche da lontano, come è vero che era un segno disturbante che violava la morte civile della triste skyline del palazzone tutto uffici. Non che l’opera piacesse proprio a tutti, ma si sa, de gustibus non disputandum.

Ma sul «messaggio offensivo» non siamo d’accordo, come non lo eravamo quando vigili del fuoco e polizia hanno cominciato a togliere gli striscioni dai balconi degli italiani.

Nel nostro caso poi siamo anzi convinti che nemmeno Salvini si sentirebbe offeso dal nostro, perché scrivere «lui rompe» in un certo senso è rendergli merito (a Cesare quel che è di Cesare).

Così come «io rompo» è un vanto per noi, perché è nella nostra natura da 50anni. Tanto che oggi iorompo.it è diventato lo slogan della campagna per raccogliere fondi contro i tagli del governo gialloverde, 5Stelle in testa, all’editoria.

Lo striscione è finito piegato in un cassetto, il palazzo è tornato al più assoluto anonimato. Ma voi, care lettrici e cari lettori, ora avete un piccolo motivo in più per aiutarci a rompere il muro del conformismo.

foto di Christian Rizzo

12 luglio 2019

Anything to say?

articolo di Shendi Veli

Non è certo comune essere rappresentati in una scultura mentre si è ancora in vita, e d’altronde ben poco di ordinario hanno le vite di Edward Snowden, Julian Assange e Chelsea Manning, le tre personalità che svettano sulle sedie dell’opera “Anything to say?” realizzata dall’artista Davide Dormino. La scultura, in bronzo nero, è composta di quattro sedie, su tre delle quali poggiano i piedi i whistleblower più importanti del nostro tempo. La quarta è lasciata volontariamente vuota come incoraggiamento per coloro che in futuro avranno il coraggio di salirci su, per rivelare con la schiena diritta verità scomode.

La scultura, il cui titolo completo è “A monument to courage”, è anche un presa di posizione politica a sostegno delle persone che in seguito alla diffusione di informazioni segrete di interesse pubblico oggi vengono perseguitate dagli apparati statali di vari paesi, quando non già recluse.

La caratteristica principale della composizione, ideata dal giornalista Charles Glass e realizzata da Dormino, è quella di essere itinerante. Inaugurata il 1 maggio del 2015 nella berlinese Alexander Platz, ha continuato ad apparire in diverse piazze e strade del mondo, accompagnata da dibattiti e performance che hanno messo al centro il tema della libertà di stampa e la necessità di tutelare chi denuncia, rendendo visibili le distorsioni del potere.

Allo stato attuale le tre personalità raffigurate nel gruppo scultoreo subiscono tutte un feroce attacco alla propria libertà personale. Snowden, ex agente a contratto con la Nsa, è noto in tutto il mondo per aver diffuso documenti segreti sui programmi di sorveglianza digitale di massa del governo americano e britannico. Oggi vive in Russia, dove ha ricevuto asilo politico. Julian Assange, giornalista e programmatore australiano, ha fondato Wikileaks, il sito che ha reso pubblici una quantità di documenti riservati e segreti di diversi stati (incluse le email di Hillary Clinton nell’ultima campagna presidenziale), si trova in carcere in Gran Bretagna, in condizioni di salute preoccupanti. Chelsea Manning, ex soldato dell’esercito americano, è nota per aver diffuso nel 2010 documenti riservati che certificavano i gravi abusi dei diritti umani commessi dagli Usa in Iraq e in Afghanistan. E’ stata in carcere per oltre sette anni, poi graziata da Obama alla fine del suo mandato, oggi seppur a piede libero è di nuovo indagata per essersi rifiutata di testimoniare contro Wikileaks.

Con questo contesto, a Spoleto negli spazi del FuoriFestival in occasione della 62° edizione del Festival dei due Mondi, intorno alla statua “Anything to Say?” si è svolto un dibattito nel quale sono intervenute figure importanti del panorama giornalistico italiano. Dall’evento è emersa la necessità, oggi più stringente che mai, di stagliarsi in difesa del giornalismo indipendente e delle sue fonti. Era presente tra gli invitati anche il direttore editoriale del manifesto Matteo Bartocci. Il manifesto negli ultimi mesi ha subito un duro attacco dal governo che ha disposto il taglio del fondo per il pluralismo, una misura che rischia di mettere a rischio l’esistenza di un quotidiano politico eretico e libero, sganciato dalle influenze partitiche e di potere.

“Qualunque cosa si pensi del lavoro giornalistico di Assange se un cittadino australiano potrà essere estradato in un paese diverso da quello d’origine, paese nel quale non ha mai messo piede, e giudicato secondo leggi diverse dal suo paese natìo, si creerà un precedente critico e pericoloso per i giornalisti e i cittadini di tutto il mondo.” ha detto Stefania Maurizi, giornalista d’inchiesta di Repubblica, che per prima ha fatto da ponte tra le rivelazioni di Wikileaks e la stampa italiana.

Tra gli interventi anche quello di Alberto Spampinato, direttore di “Ossigeno per l’informazione”, un osservatorio che monitora le intimidazioni rivolte a giornalisti e cronisti, e Roberto Natale, ex presidente della FNSI.

D’altronde la libertà di informazione nelle sue varie forme è oggi a rischio non solo nei regimi autoritari ma anche in quelle che fino a poco fa venivano chiamate le democrazie liberali. Le pulsioni sovraniste e populiste, che hanno portato a governi sempre più decisionisti e autoritari, stanno minando il pluralismo dell’informazione e l’agibilità dei giornalisti.

Nella classifica di Reporters Sans Frontieres del 2019 che analizza i dati di 179 paesi, l’Italia si colloca al 43ismo posto. Lo scorso febbraio il gruppo di inchiesta del Consiglio di Europa ha dichiarato la sua preoccupazione per il peggioramento delle condizioni dell’informazione nel nostro paese, in particolare per quanto riguarda la protezione dei giornalisti indipendenti da eventuali ritorsioni politiche e i tagli del governo ai fondi pubblici per il pluralismo.

La gallery di Christian Rizzo