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Articolo di Vincenzo Vita

28/08/2019

Que serà serà, recita il titolo di un famoso brano reso celebre da Doris Day. Mentre scriviamo non siamo certi degli esiti della crisi di governo. Tuttavia, facciamo voti. Perché nelle cose della politica (oggi più che mai) il meglio è improbabile e l’obiettivo realistico è quello di r-esistere.

Contro l’ondata di destra in giro per il villaggio globale e che in Italia ha preso le sembianze di Matteo Salvini (già, neanche la destra è quella di una volta) serve una fase difensiva. Utile, magari, a ripensare a cosa può essere una sinistra rinnovata da cima a fondo. Tuttavia, nei diversi appelli o documenti programmatici emersi finora manca il tema dell’informazione. Assenza colposa se non dolosa, e purtroppo non inedita.

È noto che al sistema politico (tutto) piace autorappresentarsi nel mondo mediale, fino all’imbuto dei social, che dà dipendenza come la droga. Non è un’esagerazione, visto che ci sono ormai numerosi studi in materia. Il tema della comunicazione non può e non deve essere eluso nelle discussioni di queste ore. Hanno giustamente richiamato l’attenzione sulla gravità della situazione l’associazione «Articolo21» e la Federazione della stampa.

Sì, perché veniamo da una stagione pessima per le libertà previste dalla Costituzione: giornalisti minacciati e persino aggrediti, ricorso spregiudicato alle «querele temerarie» come forma di ricatto e di censura preventiva, tentativi di commissariamento dell’istituto di previdenza della categoria, revisione regressiva del Fondo per il pluralismo e l’innovazione. La nuova maggioranza segnerà una «discontinuità» rispetto alle scelte davvero discutibili del sottosegretario con delega Vito Crimi? Con rispetto per le persone, come si dice. Ma continuerà la sceneggiata degli «Stati generali dell’editoria», che al momento non sembrano aver avuto altro sottotesto se non la chiusura annunciata di numerosi giornali e l’attacco astioso a Radio radicale.

Va da sé che è necessario discutere un punto così delicato e dirimente in un contesto di riforme ormai indifferibili. Sull’informazione, infatti, il discorso deve allargarsi almeno al conflitto di interessi, alla riforma della Rai, alla revisione della orrenda legge Gasparri. Insomma, che qualche parola esca dagli incontri in corso su un argomento preliminare rispetto a tutti gli altri.

Senza garantire la pratica effettiva delle diverse idee non si possono garantire gli altri aspetti dei programmi. La libertà di informazione è come la libertà personale: viene prima di tutto il resto. Neppure è credibile discettare di transizione digitale se il mondo reale è in crisi. Se rischiano di chiudere da qui a due anni 50 testate con esiti drammatici anche per l’occupazione. Si pronunci subito questa semplice frase: ci impegniamo a rimettere in discussione nella prossima legge di bilancio le lettere b e c del comma 810 dell’articolo 1 dell’omologa legge precedente. Vale a dire evitare l’eutanasia progressiva delle testate locali dell’universo associazionistico, o nazionali, cooperative e di opinione come il manifesto l’Avvenire.

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